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Come smantellare la dittatura totalitaria del dio denaro

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DI LUCA MIELE

Immateriale, volatile, virtuale, capace di assoggettare il lavoro e renderlo una sua semplice funzione, capace di migrare da un Paese all’altro e, migrando, di decretare la crisi di interi sistemi produttivi. Il denaro, scrive il filosofo Franco Riva, è un «dio o un contro-dio», la inafferrabile divinità di «una religione grigia, piatta» che non rimanda a nient’altro se non a se stessa. Di più, essendosi progressivamente sganciato da ogni referente materiale, perdendo ogni ancoramento nel reale, il denaro inaugura «il regno dell’equivalenza tra ciò che è diverso e irriducibile». Esso tende a «spiritualizzarsi», giunge – secondo l’analisi di Riva – a pretendere per sé «un carattere quasi sacramentale». Ma se questa è la potenza del «dio­denaro », a quale destino sono indirizzati i valori fondanti del vivere comune – come l’accoglienza e la solidarietà – dinanzi al suo movimento inglobante? L’analisi di Riva non concede facili scappatoie. La solidarietà? Diventa «sempre più episodica, epidermica e individualistica. La solidarietà che si affida velocemente al denaro non riesce a riproporsi a livello strutturale e macroscopico, nelle forme della convivenza. Non riesce a essere condivisione». L’accoglienza? È «rovesciata. Il denaro – annota il filosofo – compie un movimento antitetico rispetto a quello dell’accoglienza: l’accoglienza si rovescia per aprire. Il denaro si rovescia per ritornare su se stesso: il denaro ospita in definitiva solamente se stesso. Il dinamismo del denaro è un’implacabile ripetizione di sé».

E tuttavia l’idolatria del denaro – che sembra inghiottire interamente il reale – può essere attaccata, affrontata, smantellata. «L’idolo si smaschera mettendo in discussione le sue pretese assurde e totalizzanti». Il luogo all’interno del quale il denaro può essere «profanato» è il terreno ontologico della differenza. Se il denaro è quella lingua unica che non ammette dimensioni ad esso eccentriche e che sfuggano al suo movimento omologante, è la differenza – suggerisce Riva – il luogo ontologico nel quale la sua natura totalitaria può essere messa in crisi. È la differenza il terreno ontologico nel quale la lingua del denaro può diventare balbettante, smarrire la propria pretesa di onnipotenza. «Il dialogo profana linguisticamente l’idolo del denaro: nega la sua aspirazione a porsi come lingua unica: ne denuncia l’idea stessa come priva di senso. L’unicità non si accompagna con l’omologazione, ma con una restituzione di differenza, con la pluralità irriducibile dell’umano».

Franco Riva
COME IL FUOCO

L’uomo e il denaro