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Chi salverà l’italiano? Stiamo distruggendo e sprecando la nostra lingua nazionale

Parliamo sempre peggio. Con un vocabolario ristretto, con slogan ripetuti in modo ossessivo, con metafore banali e inutili. E con una valanga di parolacce. Così si distrugge e si spreca un patrimonio della nostra identità. Allarme nelle scuole e nelle università, non parliamo più l’italiano

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COME SALVARE L’ITALIANO

Chi salverà l’italiano? La domanda non è né banale né provocatoria: stiamo, infatti, distruggendo la lingua nazionale a partire, da luoghi dove si insegna, o si dovrebbe insegnare. Le scuole. Al punto che sono ormai decine le università che hanno introdotto corsi di italiano, per sostenere studenti universitari di fatto analfabeti funzionali o di ritorno. L’incredibile passo indietro è stato anche denunciato da 600 professori: “Nelle tesi di laurea, errori da terza elementare. Bisogna ripartire dai fondamentali: grammatica, ortografia, comprensione del testo”. Una distruzione, quella dell’italiano, che attraversa trasversalmente la lingua orale e quella scritta.

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IMBARBARIMENTO DELLA LINGUA ITALIANA

Nella quotidianità parliamo sempre più con un vocabolario ristretto, fatto di poche parole; ripetiamo continuamente, quasi in modo ossessivo, come tanti slogan da marketing pubblicitario, le stesse parole e gli stessi concetti; abusiamo di metafore (anche molto banali e di scarso significato) e di parole anglosassoni, segno di un complesso di inferiorità anche linguistico. Abbiamo fatto diventare la parolaccia, anche la più volgare, un mezzo di comunicazione ordinaria. Frequente, abituale, quotidiano.

ITALIANO SCORRETTO

Il Censis, con la solita accuratezza delle sue analisi, parla in modo esplicito di «imbarbarimento della lingua italiana», di una «continua semplificazione», di «un turpiloquio che inonda la nostra vita collettiva». La decadenza di una lingua, intesa come lessico e identità di un popolo, quindi patrimonio condiviso della collettività di un Paese, marcia, accelerando nella consuetudine al turpiloquio solipsista, parallela alla decadenza di una società. E alla sua incapacità di produrre e riprodurre classi dirigenti degne di questo nome per formazione, competenza, responsabilità e valori di riferimento. Il Censis così aggiunge l’imbagascimento (utilizzando una parola del grande Carlo Emilio Gadda) del lessico collettivo a un lungo elenco di punti di caduta della dimensione comunitaria che, ormai da anni, stiamo accumulando nel perimetro del caso Italia. E in coerenza con la terapia indicata per altri settori, pensiamo alla poliarchia come bussola della governance politica e amministrativa, ci propone una moltiplicazione dei lessici, con la relativa polisemia, per uscire dall’imbagascimento. D’altra parte anche Giovanni Spadolini, che di lingua nazionale se ne intendeva non poco, parlava dell’Italia come di un Paese di dialetti e di idiomi, tutti identitari. Ma se riconosciamo la centralità della lingua nel «fare la nazione», non possiamo non aggiungere alla polisemia, l’obiettivo di rilanciare il valore del linguaggio comune, e dunque la sua qualità, dovunque si «fa nazione», a partire dagli snodi vitali del sistema Paese. Scuola, università, rappresentanza politica ed economica, fonti che formano e alimentano l’opinione pubblica. Gli stessi luoghi, a ben guardare, dove ha prima covato e poi è esploso, in una forma di contaminazione di massa, l’imbagascimento.

COME SALVARE LA LINGUA ITALIANA

Per salvare l’italiano, per restituire dignità e valore alla lingua come fattore di traino dell’intera identità nazionale, dovremmo iniziare dai nostri microcosmi. Scuola, lavoro, famiglia: e tornare a parlare da persone civili, rinunciando magari alla litania di inutili e volgari parolacce. Ci sarebbe subito, se lo facessimo in tanti, un effetto di contaminazione, e finiremmo così di sprecare un patrimonio che appartiene a tutto il Paese.   

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