Scuole a rischio - Non sprecare
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Scuole a rischio, adesso rischiano di chiudere. E sono tante, troppe…

L’ultimatum delle province: «Quelle non sicure, non riapriranno». Mancano i soldi, ma non solo. A rischio sismico sono oltre 24mila, il 18 per cento hanno intonaci che cadono.

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SCUOLE A RISCHIO

La fine dell’anno scolastico, esami a parte, è il momento opportuno per lanciare un allarme che non suoni né come un ricatto né come un messaggio di terrore per famiglie che hanno figli in età scolastica. Deve avere pensato così Achille Variati, presidente dell’Unione Province Italiane, nel momento in cui ha detto: «Le nostre entrate sono crollate del 43 per cento, la spesa si è quasi dimezzata, e quindi ci sono servizi che non possiamo più assicurare. Le scuole non sicure saranno chiuse, non possiamo abituarci a navigare tra le macerie….».

Siamo in Italia e le sorprese non finiscono mai. In questo caso, dopo che per anni abbiamo parlato dell’abolizione delle province, dopo che tutto sembrava deciso e fatto, si scopre che le province sono vive e vegete. Ed anzi, giustamente reclamano soldi per la manutenzione delle scuole, visto che ben 5.100 istituti scolastici sono gestiti proprio dalle amministrazioni provinciali.

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SCUOLE A RISCHIO IN ITALIA

Ma, provincia o non provincia, una cosa è certa: a forza di sprechi e di tagli, di mancata cura del patrimonio pubblico e di cancellazione della parola manutenzione, siamo arrivati al capolinea. Viviamo in un Paese con 24.073 scuole a rischio sismico, e non dobbiamo ricordarlo solo quando c’è un terremoto e le scuole crollano come se fossero fatte di cartapesta. Abbiamo la metà delle scuole italiane senza una regolare certificazione sulla sicurezza degli edifici. E abbiamo il 18 per cento degli istituti dove gli intonaci si sfarinano e il 23 per cento si presentano con le finestre rotte. Chi ha il coraggio ancora di parlare di “scuole sicure”?

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MESSA IN SICUREZZA DELLE SCUOLE ITALIANE

Servono soldi, certo. Ma serve anche uno sforzo politico e amministrativo che non sia discontinuo, a zig zag, ispirato solo all’idea di uno slogan da promuovere per qualche settimana o di un titolo sui giornali da conquistare. Il problema dei soldi, che non è certo secondario, va affrontato raschiando il barile dei tagli degli sprechi della spesa pubblica (il governo pensa di risparmiare 1,5 miliardi nell’anno 2018), ma non bastano. Bisogna coinvolgere in tutti i modi anche altri investitori, per un obiettivo da sistema Paese, quale appunto la messa in sicurezza delle nostre scuole. Non è impossibile: a Pesaro è stata appena inaugurata la nuova sede della scuola di via La Marmora, un edificio «zero energia», ovvero con risparmi energetici pari all’85 per cento. Il progetto, con una spesa di 20 milioni, è stato realizzato dall’amministrazione comunale, guidata dal sindaco Matteo Ricci, e dal Gse (Gestore servizi energetici), il cui presidente, Francesco Sperandini, ha messo sul tavolo 8 milioni di euro di incentivi. Ecco: se c’è una volontà politica, e siamo al secondo problema, i soldi escono. È accaduto a Pesaro, perché non potrebbe accadere in qualsiasi altra città italiana? E questi soldi non sarebbero sprecati, ma al contrario aiuterebbero l’Italia a uscire dal tunnel e le scuole a non essere più bollate come «istituti a rischio». A rischio sicurezza, ed a rischio chiusura.

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