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Buttare via il cibo: educazione ed organizzazione

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Cosa ci spinge nelle occasioni
ghiotte di matrimoni, feste, e buffet a riempirci il piatto all’inverosimile,
ben oltre alle possibilita’ di riuscire a finire le maxi porzioni che abbiamo
“caricato”? E perche’ nonostante gli appelli di nutrizionisti e pediatri colmiamo
il piatto dei nostri figli fino a non vedere piu’ il bianco della porcellana e
sapendo che la meta’ della pietanza verra’ lasciata al suo destino di finire in
spazzatura? L’esperienza del mangiare e’ un fatto complesso, che comprende sia la
sfera sensuale che quella intellettiva ma consiste soprattutto in un’esperienza
di indole culturale. Uscita dall’ultima guerra con uno “spettro della fame”
destinato a durare a lungo, l’Italia ha conosciuto un periodo nel quale il cibo
sostanzialmente era “buono se abbondante”. La qualita’ non era un fattore
determinante come la necessita’ di avere porzioni generose. La vista di tanto
cibo ci spinge a riempire i nostri piatti e quelli dei nostri figli ben oltre
alle reali necessita’, come se in noi scattasse la paura che tale “pacchia” debba
finire. Non e’ l’unico, ma e’ uno dei motivi per il quale tonnellate di cibo
finiscono nella spazzatura, si parte dalle nostre case passando per le mense
scolastiche fino ai moderni supermercati. Le cifre sono a dir poco vergognose se
consideriamo che uno studio ha calcolato che ogni giorno solo nelle mense
scolastiche vengono buttate 7 tonnellate di cibo e che un ipermercato di medie
dimensione getta letteralmente via una tonnellata e mezza di cibi invenduti
all’anno. A voi il calcolo dello spreco. Le soluzioni passano attraverso una
buona educazione che dovrebbe iniziare in famiglia e continuare nelle mense
scolastiche. Ad esempio sarebbe buona norma servirsi della quantita’ di cibo che
si riesce a mangiare, preferendo, magari, un bis successivo, oppure dividere il
panino con il vicino invece di spizzicarne due e buttarne il resto. Il risultato
sarebbe un minor spreco, un’ottimizzazione delle forniture alimentari nelle
mense e una maggiore coscienza collettiva sull’importanza di evitare
comportamenti dannosi per la collettivita’. Se l’educazione e’ fondamentale nelle
mense scolastiche e’ invece necessaria una buona organizzazione per evitare che
circa 40 mila tonnellate di cibo ancora commestibile vengano “cestinati” da
ipermercati italiani. Ci hanno pensato 7 studenti dell’universita’ agraria di
Bologna che nel 2001 hanno fondato l’Associazione “Last Minute Marke”t e’
nata da un progetto interdisciplinare coordinato del Prof. Andrea Segre’, attuale
Preside della Facolta’ di Agraria di Bologna. Last Minute Market offre un
servizio di consulenza a tutti gli interessati ad affrontare la problematica
dello spreco alimentare e a trasformarla in risorse. Allo stesso tempo, grazie
all’esperienza di un team di ricercatori e consulenti esperti del settore e’ in
grado di offrire consulenza per l’organizzazione, lo sviluppo e
l’implementazione di attivita’ di ricerca nell’ambito agro-alimentare.
Trasformare lo spreco in risorsa, questo e’ l’obiettivo di Last Minute Market: un
mercato dove per favorire i piu’ bisognosi, non ci si puo’ permettere di sprecare
neppure un minuto e nemmeno un prodotto. Last Minute rende possibile il recupero
delle merci invendute, che non hanno piu’ un valore commerciale, ancora idonee
per il consumo. I beni raccolti, mediante il meccanismo del dono, sono resi
disponibili ad enti e associazioni che offrono assistenza a persone in
condizioni di disagio sociale. Last Minute Market segue lo schema Win-Win,
ovvero e’ un progetto a somma positiva: tutti gli attori che partecipano ne
escono vincitori. L’ipermercato abbatte cosi’ i costi di smaltimento e beneficia
di deduzioni e detrazioni fiscali, oltre ai vantaggi in termini d’immagine. Da
un “iper” di 5 mila mq possono essere ricavati da 250 a 300 pasti al giorno. In
Italia tale attivita’ e’ disciplinata dalla cosiddetta Legge del Buon Samaritano
(Legge n. 155 -16 luglio 2003 – Disciplina della Distribuzione dei prodotti
alimentari a fini di solidarieta’ sociale) permette alle organizzazioni che
operano a fini di solidarieta’ sociale di recuperare gli alimenti ad alta
deperibilita’ (cibo cotto, alimenti freschi) rimasti invenduti nel circuito della
ristorazione (mense aziendali, scolastiche e cosi’ via) e di distribuirli alle
persone bisognose. La legge facilita il recupero dei prodotti alimentari, perche’
equipara le organizzazioni riconosciute come Onlus al “consumatore finale” per
quanto riguarda il corretto stato di conservazione, trasporto, deposito e
utilizzo degli alimenti, sollevando le predette organizzazioni da tutti gli
adempimenti burocratici che, di fatto, rendevano complessa se non impossibile
questa forma di assistenza “alimentare” agli indigenti.