Se gli italiani arretrano o si arrendono, i cinesi avanzano e questa non è una novità assoluta. Semmai sorprendono due cose. L’accelerazione del fenomeno, che sembra non avere alcun tipo di argine. E la totale indifferenza, una sorta di resa, da parte di qualsiasi livello dell’amministrazione pubblica (il consiglio comunale, il consiglio di quartiere, la regione, la provincia, etc …). Mani in alto, come se davvero non si potesse fare nulla. È quello che avviene a Roma come a Napoli, a Venezia come a Firenze. Ovunque.
D’altra parte i cinesi sono ricchi, hanno molti soldi da investire (spesso in nero), o da riciclare, e hanno capito che l’Italia è un paese perfetto per fare commercio. Specie di piccolo taglio che poi, sommando le transazioni, diventa grande. Il nostro rischio, il nostro spreco come italiani, di fronte a una realtà con la quale bisogna fare i conti con estrema lucidità, è qualcosa che va molto oltre gli aspetti economici. Qui si gioca un pezzo della nostra identità. Ed è quello che rischiamo di sprecare, nelle città, nei quartieri. Come persone e come cittadini.
I cinesi non hanno problemi a reggere i micidiali orari di lavoro dei bar (nella metà dei casi più di 60 ore settimanali) e hanno un accesso facile al credito grazie al guanxi , ovvero la rete di relazioni, basate sulla fiducia reciproca e sullo scambio dei favori, che garantisce agli investitori cinesi di trovare facilmente il capitale necessario per rilevare e ristrutturare un bar o un qualsiasi esercizio commerciale in Italia.
Gli italiani invece arretrano per cause molto precise:
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I margini di guadagno di un barsempre più stretti. Affitti, energia, materie prime, contributi, stipendi e altri costi fissi sono aumentati molto. Un bar può avere parecchi clienti e tuttavia guadagnare poco.
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Il prezzo del caffè non può crescere quanto i costi. Portare un espresso da €1 a €1,50 può sembrare semplice, ma rischia di far perdere clientela. Quindi il gestore spesso assorbe l’aumento dei costi.
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Meno consumi “quotidiani”. Colazione al bar, aperitivo, pranzo veloce: sono spese relativamente piccole, ma sono proprio quelle che le famiglie possono ridurre quando il bilancio è sotto pressione.
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Cambiamento delle abitudini. Smart working, spopolamento di alcune zone, supermercati con caffetteria, delivery e consumo domestico hanno tolto una parte del traffico tradizionale.
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Problema del personale. Trovare baristi e camerieri affidabili è difficile; per un piccolo esercizio il costo di un dipendente pesa enormemente.
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Successione generazionale. Molti proprietari anziani non trovano figli o altri successori disposti a rilevare un’attività che richiede orari lunghissimi e margini relativamente bassi. FIPE segnala infatti che, dopo cinque anni, riesce a rimanere sul mercato soltanto circa un bar su due.
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Il modello del “bar sotto casa” è cambiato. Una volta bastava avere una buona posizione, un buon caffè e rapporti con i clienti. Oggi spesso servono aperitivi, food, delivery, eventi, dehors, social e una gestione molto più sofisticata.
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