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Accordo sul clima Cina-Stati Uniti, capiremo molto presto se è un bluff…

Dice Barack Obama: «Abbiamo deciso di salvare il Pianeta». Ma la sua presidenza, proprio sull’ambiente, è stata una grande delusione. Quanto alla Cina, siamo a 4mila morti al giorno per inquinamento e si rischia la rivolta sociale.

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ACCORDO SUL CLIMA CINA STATI UNITI –

L’enfasi mediatica di Barack Obama può sembrare eccessiva, ma coglie l’importanza storica della svolta annunciata, in contemporanea, dai governi di Washington e di Pechino. “È il momento in cui abbiamo deciso di salvare il Pianeta” ha dichiarato il Presidente degli Stati Uniti, dando così il massimo peso possibile alla decisione della Cina di ratificare l’accordo sul clima raggiunto il 12 dicembre scorso a Parigi, dopo molte incertezze e altrettanti ribassi, proprio su pressione della Casa Bianca. A questo punto potremmo davvero assistere a un’improvvisa accelerazione, chiamiamola con il nome corretto: una rivoluzione, delle politiche nazionali e internazionali sul fronte della lotta globale contro l’inquinamento e per ridurre le emissioni di CO2, sebbene ci siano ancora diversi nodi da sciogliere. E innanzitutto capiremo presto se la mossa dei cinesi sia solo una trovata propagandistica del regime e non un’autentica inversione di rotta.

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Quanto vale la scelta cinese. L’accordo di Parigi, ricordiamolo, prevede di mantenere l’aumento medio della temperatura, a livello mondiale, tra 1,5 e 2 gradi, ma per essere tradotto in fatti concreti è necessario che venga ratificato da almeno 55 paesi del Pianeta responsabili, come minimo, del 55 per cento emissioni: dunque senza il sì di Cina e Stati Uniti, che insieme valgono il 38 per cento dell’inquinamento globale, l’intesa di Parigi è solo carta straccia.

Il peso della geopolitica. Non a caso, la svolta di Pechino è stata annunciata alla vigilia di un G20 molto delicato per i temi sul tavolo, dal rallentamento dell’economia mondiale alle tensioni finanziarie, fino alla guerra globale delle valute. Il messaggio che filtra, attraverso l’intesa sul clima annunciata ieri, è di un rafforzamento della leadership a due, Stati Uniti e Cina, per dare una scossa a questi summit transnazionali, come il G20, sempre più inconcludenti e deludenti.

La convergenza degli interessi. D’altra parte Obama e il Presidente cinese Xi Jinping hanno un’obiettiva condivisione di interessi per rilanciare la lotta contro l’inquinamento. Obama è a fine mandato ed a fine corsa, e sull’ambiente, dove in tanti aspettavano la sua “rivoluzione verde”, rischiava di chiudere una lunga stagione alla Casa Bianca a mani vuote. Un flop che la Storia non gli avrebbe perdonato. E invece adesso, accanto alla creazione di oltre 260 milioni di acri di nuovi parchi pubblici, al varo di tre grandi progetti federali in Nevada e in Arizona per le energie rinnovabili (cose che rappresentano parva materia rispetto ai sogni annunciati all’inizio del suo arrivo alla Casa Bianca), adesso Obama potrà aggiungere la regia dell’accordo sul clima che dovrebbe consentire, per tornare alle sue parole, nientemeno di “di salvare il Pianeta”. Quanto a Xi Jinping, il suo interesse sconfina in una vera emergenza da catastrofe nazionale. La Cina si sta autodistruggendo per l’inquinamento, e questa non è un’esagerazione se solo si pensa al numero di giornate nelle quali a Pechino ed a Shanghai non si può uscire di casa per le nubi tossiche che avvolgono le due metropoli, e le ultime statistiche scientifiche parlano di 4mila morti al giorno nel Paese per le emissioni tossiche. Sottoscrivendo l’intesa raggiunta a Parigi, dove la Cina ha solo e sempre remato contro, il governo di Pechino ha voluto dare un segnale di coerenza con i suoi mega-piani di risanamento ambientale e una dimostrazione di apertura di fronte a un dramma che ogni giorno aumenta il malcontento, la rabbia e la frustrazione di una popolazione disciplinata ma certo non cieca e sorda.

I punti aperti. Con la guida del tandem formato da Stati Uniti e Cina, in versione G2, la battaglia per ridurre il surriscaldamento del Pianeta potrà sicuramente fare dei passi avanti importanti. Ma i nodi da sciogliere sono davvero ancora tanti. Primo: che cosa faranno adesso gli altri grandi paesi inquinatori, come l’India il cui sistema energetico dipende per il 90 per cento dal carbone? E i potenti paesi produttori di petrolio? Secondo: non ci sarà mai un’azione efficace per ridurre le emissioni senza coinvolgere, con denaro contante e con aiuti concreti, i paesi più poveri e anche per questo più inquinati. Un conto da complessivi 200 miliardi di dollari per il prossimo decennio. Chi lo paga? Certamente non saranno i soliti americani, che intanto hanno raddoppiato il loro stanziamento in materia, a saldare questa maxi bolletta anti emissioni di C02. Infine, a Parigi è rimasto in sospeso un tema molto delicato e decisivo per l’efficacia dell’accordo, ovvero i controlli sui risultati ottenuti da ciascun paese. L’America, conoscendo i suoi polli, ha chiesto verifiche ogni cinque anni, affidate a ispettori internazionali, e la Cina ha fatto sapere che a casa sua nessuno potrà mettere piede per queste verifiche. Chissà che nei prossimi mesi Pechino non decida di fare un passo avanti anche su questo versante: ne saremmo tutti felici. Come cittadini di un Pianeta da salvare, direbbe Barack Obama.

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