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Un mondo migliore passa anche dagli imballaggi

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C’è tecnologia, attenzione all’ambiente e alla salute umana nel settore packaging. Imballaggi flessibili che riducono peso e volume dei rifiuti, macchine tampografiche che stampano su qualsiasi materiale e prodotto, dai tacchi alle torte, con inchiostri all’acqua o alimentari, dunque commestibili. Dietro al pacco di riso sottovuoto, c’è un mondo fatto di dosatori multitest che in automatico dosano e confezionano ciò che acquistiamo, eliminando gli sprechi. Ma mentre la domanda globale di risorse naturali cresce, spinta dall’aumento della popolazione mondiale che raggiungerà i 9 miliardi di persone entro il 2050, aumenta anche il volume della spazzatura che produciamo.

CONAI – Gli imballaggi producono una mole immane di rifiuti. Nel 2010 il riciclo, secondi dati forniti da Conai (Consorzio nazionale imballaggi), ha raggiunto il 74,9%, equivalente a 8,5 milioni di tonnellate sugli 11,4 milioni di immesse al consumo (+4,6% rispetto al 2009). In dieci anni di attività il beneficio economico è quantificabile in 9,3 miliardi di euro mentre dal punto di vista ambientale, il riciclo ha permesso di evitare emissioni di CO2 per 63,3 milioni di tonnellate. «La prevenzione è riduzione. Deve avvenire attraverso lo sviluppo di prodotti e di tecnologie non inquinanti. Bisogna limitare la quantità e la nocività delle materie prime utilizzate negli imballaggi, nella commercializzazione, nella distribuzione e nella gestione post-consumo», ha detto Roberto De Santis, presidente Conai, alla presentazione di Lca (Life cycle assessment), strumento d’analisi per imprese che calcola l’impatto ambientale degli imballaggi attraverso la riduzione di consumo d’acqua e di energia, di emissioni di anidride carbonica.

IPACK-IMA – Tra un robot umanoide in grado di lavorare in ambienti tossici, ma impiegato per inscatolare cioccolatini, e una macchina che sforna a raffica bustine in politene-poliestere-alluminio destinate a contenere granuli di integratori o concimi liquidi, alla Fiera di Rho si è svolto Ipack-Ima 2012, manifestazione-mostra specializzata in macchine, tecnologia e materiali per il packaging con 1.300 espositori da 35 Paesi. Negli stand, nuovi metodi di imballaggio, materiali eco-compatibili e recuperati. Come i pallet in plastica riciclata, ricavati da un’azienda emiliana da cassette per gli ortaggi acquistate a 15 centesimi al chilo e trasformate in bancali leggerissimi e modulari impilabili in 18 mila elementi sui camion che di solito ne trasportano 560 in legname. Un grande risparmio in alberi, emissioni di CO2, energia. E poi le applicazioni dei biopolimeri: sottilissime pellicole utilizzate per isolare il cibo contenuto nelle scatole di cartone riciclato, che potrebbe rilasciare gli oli minerali derivati dall’inchiostro e che invece, vengono protetti. C’è chi si è specializzato nella sovrastampa di scatole e blister per evitare il macero alle confezioni. Il business non ha limiti.

INDAGINE – In fatto di sostenibilità, secondo un’indagine commissionata da Conai ad AstraRicerche, gli italiani presi a campione scelgono l’imballaggio in carta e cartone: l’88,9% per il ridotto impatto ambientale, il 98% per la leggerezza. Tra i sei consorzi che aderiscono a Conai, il Comieco (Consorzio nazionale recupero e riciclo degli imballaggi a base cellulosica) è il più “riciclone” di tutti. «Il risultato è un plebiscito, quasi un Oscar: la carta piace perché è più facile da riciclare», commenta Carlo Montalbetti, direttore generale di Comieco. «Il consumatore ha scelto, ora spetta alle aziende tenere conto delle preferenze».

IMPRONTA ECOLOGICA – Per quanto due imballaggi su tre oggi (in Italia) siano avviati al riciclo e tre su quattro al recupero, e molti Paesi (come il nostro) abbiano superato gli obiettivi fissati dalle direttive e dalle norme in materia, la necessità di intervenire per spezzare il legame tra la crescita economica e l’impatto ambientale è sempre più urgente. A questo proposito Antonio Tencati, professore di economia e gestione delle imprese all’Università Bocconi e coautore con Stefano Pogutz della ricerca Prevenzione e innovazione per un’economia della sostenibilità del Centro ricerche sostenibilità e valore della Bocconi, ha sottolineato: «La quantità dei rifiuti urbani nei Paesi Ocse è cresciuta passando da oltre 400 milioni di tonnellate nel 1980 a più di 622 milioni nel 2007, con una produzione pro-capite che varia dai 115 chili della Cina ai 520 dell’Europa ai 760 degli Usa. L’impronta ecologica globale è più che raddoppiata tra il 1961 e il 2007 e oggi supera del 50% la capacità di carico del pianeta. Nel 2030, secondo proiezioni, avremo bisogno di due Terre per sostenere consumi ed emissioni».

RIFIUTI ZERO – Minimizzare i consumi di acqua, energia, impatto sull’ambiente e sulla salute umana sono gli obiettivi per il futuro: con un occhio di riguardo a strategie come Zero Waste, Rifiuti Zero, che propongono il riutilizzo di tutti i prodotti, contrapponendosi all’incenerimento e alla discarica. Tencati ha sottolineato: «Zero Waste non significa zero packaging, ma può diventare una scelta industriale e gestionale in grado di guidare il cambiamento».

AFRICA – E una richiesta di soluzioni, collaborazione e tecnologia innovativa arriva anche dall’Africa. Leader nella produzione di decine di prodotti alimentari, con il 60% di terreni non ancora coltivati, è l’area del pianeta meno colpita da inquinamento del terreno. «Tre condizioni che ne fanno l’area con le maggiori potenzialità di sviluppo in campo agricolo nei prossimi anni, con la possibilità di fornire cibo e bioenergia al mondo intero», ha detto nel corso del convegno Fao che si è svolto a Ipack-Ima Richard Sezibera, segretario generale della East African Community. «Ma bisogna capovolgere la logica degli aiuti a fondo perduto, sostituendoli con opportunità di business per tutti».