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Tre certezze dietro il caos di Copenhagen

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Inquieti, incerti, incapaci: il summit di Copenhagen, visto nella nebbia delle parole pronunciate a mitraglietta dai grandi della Terra, appare gia’ come il vertice delle tre i. E la confusione, mista a sgomento, trova una sua naturale fonte di alimentazione nella solita corsa alle cifre, ai numeri dell’Apocalisse, vera o falsa, che dividono da sempre gli scienziati. Solo la bussola dell’onesta’ intellettuale, e in fondo di una normale dose di buon senso, puo’ aiutare un osservatore a conquistare qualche certezza in una partita che non e’ solo scienza, politica, energia, economia, ma vale la posta di una scommessa con il futuro prossimo e quindi con il presente.
Il primo punto cardinale e’ scolpito nel fatto, non e’ un’opinione, che siamo diventati un’umanita’ capace di consumare un terzo in piu’ delle risorse naturali che il pianeta e’ in grado di riprodurre. E lo spreco quotidiano da parte dei ricchi, o benestanti, si traduce anche in un riscaldamento globale che possiamo fermare soltanto riducendo i gas-serra, a partire dall’anidride carbonica (C02). La temperatura media del pianeta e’ salita di 0,7 gradi centigradi dall’inizio del Novecento a oggi; tra un secolo la variazione potrebbe arrivare a 1,6 gradi o anche fino a 6 gradi in assenza di correzioni sostanziali. In questo scenario non e’ dunque importante se entro il 2100, come prevedono gli apocalittici, scompariranno le isole Maldive, luogo paradigmatico delle nostre vacanze del mondo opulento, o una parte di Manhattan, tempio dello shopping compulsivo e sfrenato, o il Polo Sud, luogo dell’immaginario ambientalista. No, per riflettere sui rischi che corriamo, oggi e qui, basta rendersi conto che stanno scomparendo le api, insetti preziosi per la tenuta della filiera agricola e per la loro funzione di bioindicatori: il loro sterminio e’ come un termometro che misura la temperatura quando abbiamo la febbre, e segnala che un equilibrio del pianeta e’ gia’ saltato.
La seconda certezza la ritrovate proprio scavando nel frullatore degli impegni di cui stanno discutendo i grandi delle tre i (inquieti, incerti e incapaci): una lotta ai cambiamenti climatici, e quindi al riscaldamento globale, non ha senso e significato senza un indirizzo politico planetario. Si possono annunciare tutte le riduzioni di anidride carbonica possibili (20,30,40 per cento), ma basta il dissenso irrisolto di due paesi, Stati Uniti e Cina che insieme valgono la meta’ delle emissioni mondiali, per rendere questo e qualsiasi altro summit una pura fiera dell’impotenza, della resa della nostra e delle future generazioni. Se le carte al tavolo dei grandi a Copenhagen le danno in due, diciamo Barack Obama e Hu Jantao, con l’Europa nel ruolo teatrale di un personaggio in cerca di autore, allora e’ chiaro come un equilibrio del pianeta si stia modificando: non solo per il clima, i gas-serra, le temperature e i fatturati delle economie, ma innanzitutto rispetto a chi dovra’ farsi carico in prima fila della governance politica globale. America e Cina, oggi litiganti sulle proposte per ridurre la C02, divideranno domani la leadership del pianeta surriscaldato: questo stiamo capendo dal vertice parolaio di Copenhagen.
Infine, terza certezza, il summit e’ di fatto intitolato a una parola chiave per agguantare il cambiamento. La responsabilita’. I grandi della Terra si misurano su questo valore, non a caso richiamato dal surriscaldato appello di Benedetto XVI, che mai come adesso ci appare nel suo significato piu’ concreto e piu’ attuale. La responsabilita’ e’ quella dei governi, delle istituzioni (sovranazionali, nazionali e locali), delle classi dirigenti, che non possono concedersi l’autogol di finire la partita di Copenhagen a mani vuote, senza almeno un goal. Ma la responsabilita’ e’ anche nostra, di ciascun uomo e donna, perche’ la Terra sara’ meno bollente e inquinata, se noi saremo capaci di modificare gli stili di vita quotidiani. Senza affanni, senza ossessioni, ma con consapevolezza. L’anidride carbonica che ci avvelena e ci surriscalda, per esempio, e’ in una buona parte (circa il 20 per cento) prodotta dagli scarichi delle nostre automobili. In Cina, per restare dalle parti del tandem di comando nella nuova geopolitica, entro i prossimi vent’anni saranno acquistate 270 milioni di automobili e il consumo di energia elettrica, a proposito di stili di vita, risultera’ raddoppiato. Dunque: in teoria, i cinesi saranno i primi inquinatori del mondo, senza un accordo che governi lo sviluppo economico di un paese destinato solo a crescere. Intanto in America, in Europa, in Italia, dovremo pero’ convincerci che oltre al progresso tecnologico (l’auto elettrica o ibrida) per vincere la lotta contro il riscaldamento globale, dovremo fare leva su nuovi comportamenti. E magari saremo piu’ felici scoprendo il piacere di una passeggiata, avvolti in un’aria piu’ pulita, senza lo spreco di soldi, di tempo e di salute che ci ha reso schiavi di una macchina, anzi di un parco macchine.

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