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Tocco, l’eolico che fa invidia agli Usa

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La signora Anna gestisce l’edicola sulla via principale del paese. In mezzo ai giornali ci vive, ma una copia del New York Times probabilmente non l’aveva mai vista. "Mi hanno chiamato anche i parenti dall’Australia – racconta – per dirmi che Tocco era in prima pagina". Il "miracolo" risale allo scorso 29 settembre quando il più prestigioso quotidiano al mondo ha dedicato l’apertura del giornale alla vicenda di Tocco da Casauria, un "antico paese italiano – spiegava il titolo – con il vento in poppa". La storia inizia però molto prima, nel 2007, quando entrano in produzione le prime due pale dell’impianto eolico costruito su un terreno che l’amministrazione del piccolo comune della provincia di Pescara ha ceduto in comodato d’uso per 112 mila euro annui. Somma che permette alla giunta del piccolo centro agricolo di 2.700 abitanti di migliorare i servizi ai cittadini, dalla raccolta differenziata alla mensa scolastica, senza aumentare le tariffe.

Ma come mai, mentre in Italia l’energia eolica continua a finire sui giornali per vicende legate a presunte speculazioni e infiltrazioni criminali, ad accorgersi del caso Tocco è stata la stampa americana? E’ quello che ci hanno chiesto di scoprire i lettori di Repubblica.it, votando il sondaggio "scegli la tua inchiesta".

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A dare lo spunto al quotidiano americano è stato il dossier "Comuni rinnovabili" che Legambiente realizza ogni anno. "Tocco è uno dei municipi italiani che produce più energia verde di quanta ne consuma", spiega Edoardo Zanchini, responsabile energia dell’associazione ambientalista. "Quando il NYT ci ha contattato – ricorda – erano molto colpiti dal fatto che la risposta ai problemi energetici potesse arrivare da una piccola realtà e non con soluzioni grandi, come le mega centrali nucleari o a carbone”. Un aspetto che evidentemente qui in Italia non è abbastanza apprezzato. "Credo che ci sia una sovraesposizione mediatica nei confronti dell’eolico – sottolinea ancora Zanchini – ma il problema di come integrare questi impianti nell’estetica esiste perché sinora è avvenuto tutto fuori da regole nazionali. La sfida è cercare di farlo bene, scegliendo le aree migliori, evitando pressioni eccessive da parte delle imprese. In questo senso Tocco da Casauria è l’esempio che è possibile: l’impianto sorge in una zona di grande delicatezza, all’imbocco di un gola e nei pressi di un parco nazionale, ma per come è stato realizzato è difficile sostenere che si tratti di uno scempio".

Simone Togni, segretario dell’Anev, l’associazione affiliata a Confindustria che raccoglie gli industriali del vento, la mette in maniera ancora più dura. "Abbiamo il sistema di autorizzazioni più rigido che esista a livello europeo, il caso del NYT – replica – è emblematico: in Italia giornali e tv sono attratti solo da notizie negative, mentre l’eolico è un campo virtuoso. Siamo leader a livello internazionale sia nella realizzazione sia nella tecnologia, di cui siamo esportatori. Inoltre lo sviluppo è fatto completamente a carico degli investitori privati con capitali privati e il ritorno economico dell’investimento va a forte beneficio del territorio. Per questo le polemiche sugli incentivi troppo alti sono strumentali: nessuno ricorda che una parte di questi soldi torna sul territorio".

Consistenti settori dell’ambientalismo sono però a dir poco scettici e rimangono convinti che il business del vento possa dare solo un contributo marginale ai problemi energetici, rappresentando invece un’inutile ferita al paesaggio e un invito a nozze per speculatori e interessi criminali. Tra i più battaglieri ci sono i "Comitati per la bellezza". "Noi non siamo contrari a prescindere, ma l’Italia non ha un habitat adatto e neppure il vento giusto, quello forte e costante è poco", dice uno degli animatori dell’associazione, il giornalista ed ex consigliere di amministrazione Rai Vittorio Emiliani. "Invece – aggiunge – gli impianti sono spuntati dappertutto, anche in zone vincolate. Il problema è che le imprese si presentano ai municipi indebitati offrendo cifre ridicole per realizzare impianti rumorosi, dannosi per insetti e uccelli, che obbligano a sbancare intere montagne. Non è un caso se un’associazione come il Wwf si sta tirando indietro e se un comune come Urbania, nelle Marche, chiamato ad esprimersi con un referendum ha votato in stragrande maggioranza contro".

Una visita a Tocco sembra in realtà smentire questo pessimismo. "Fastidio non ne danno, ma di benefici non ne abbiamo visti", ci raccontano gli anziani a passeggio per il paese. Il problema è che la popolazione si aspettava riduzioni in bolletta, mentre i soldi percorrono una strada diversa. "Con le altre due nuove pale da 800 KW produciamo circa 7200 kWh annui, esattamente il doppio dei consumi complessivi di tutte le utenze di Tocco, ma il guadagno non è sul risparmio in bolletta. Ai 112 milioni annuali che arrivano dal canone d’affitto per il terreno delle prime due pale ne vanno aggiunti altri 35mila che stimiamo arriveranno dalla percentuale sulla vendita dei certificati verdi dell’elettricità prodotta dalle due nuove pale. In tutto quasi 150 milioni, pari a circa  il 7% delle entrate comunali. Per rendersi conto dell’importanza di questo aiuto basti pensare che con l’Ici ne incassiamo 400 e con la Tarsu 220", chiarisce il sindaco dimissionario Riziero Zaccagnini. Dimissionario perché malgrado il successo l’amministrazione è entrata in crisi.

Eppure paradossalmente i benefici si sono fatti sentire persino sul turismo. "La gente viene per vedere l’impianto e in tanti ci hanno chiamato per farci i complimenti annunciando una visita a primavera", racconta Luigi Stromei, proprietario dell’agriturismo La Torretta, 46 ettari di bosco e uliveti piazzati proprio sotto le quattro pale eoliche.

Il confine tra una gestione lungimirante da fare invidia agli americani e la speculazione che sfocia nel degrado è però sottile. Zaccagnini sembra saperlo e in vista delle elezioni anticipate in programma a maggio va ripetendo tre parole d’ordine. "Pubblico, trasparenza e pianificazione, di questo abbiamo bisogno: occorre resistere alla tentazione del fai da te che rischia di far proliferare le pale in maniera incontrollata. Per questo è necessario che le imprese siano costrette a trattare con l’amministrazione piuttosto che con i privati e allo stesso tempo bisogna pensare uno sviluppo delle energie rinnovabili complessivo che tenga conto del contesto territoriale ed economico in cui si deve integrare".