Ci manca la temperanza per resistere alla violenza

Una grande virtù, smarrita e screditata. Per frenare le pulsioni e non cadere nelle barbarie

temperanza
Quanto ci manca la temperanza! Poche virtù sono state così cancellate, screditate e rimosse: eppure mai come in questo momento storico ci servirebbe questa pratica così attuale per ridurre i conflitti (pubblici e privati), riscoprire il valore dell’equilibrio e della ricerca della mediazione, al contrario dell’impulso a cedere alla violenza e alle barbarie, non rassegnarsi all’ineluttabile dominio delle tecnologia come degli autocrati.
La virtù della temperanza, prima del Cristianesimo che la rese un architrave della sua dottrina morale, era molto discussa già all’epoca dell’antico pensiero greco e latino, da Aristotele e Cicerone. E già allora si diede alla temperanza un valore assoluto, la forza di una bussola per orientarsi nell’universo dei bisogni, delle necessità, degli appetiti e dei desideri. Distinguendo. Ovvero piazzando dei paletti da non superare per non diventare schiavi di pulsioni e compulsioni. Tra queste potete sicuramente metterci le accumulazioni di oggetti e di denaro alle quali ci siamo abituati con troppa indifferenza, rinunciando all’atto di coraggio, alla sfida nei confronti di noi stessi.
Il termine greco, sophrosyne, che Cicerone tradusse con temperantia, indicava proprio la capacità di governare le passioni, senza reprimerle e senza subirle. trovare la bussola di un senso della misura, con il quale, come diceva il fondatore della Medicina, Ippocrate, “tutto si può fare con moderazione”.
In un bel libro (Temperanza, edizioni Il Mulino), il filosofo Gennaro Carillo fa risalire il declino della temperanza già all’Ottocento e lo collega all’interpretazione che ne viene data: una virtù “passiva” che esclude l’azione  e spegne l’energia dell’individuo. La verità è il contrario: la temperanza è un atto di coraggio, una scelta matura e attiva. Una sfida con sé stessi, per dimostrare la capacità di domare pulsioni e istinti capaci di farci sprecare anche le migliori qualità che possediamo. In quanto virtù cardinale, non facile da praticare in tempi così muscolari, la temperanza è un antidoto contro le tentazioni che partono dal nostro animo e vengono poi spinte, vele al vento, dalle sollecitazioni esterne.

Nelle nuove generazioni la temperanza, quando è conosciuta, ha un sapore retrò, poco interessante e stimolante in un mondo che ha sempre fretta e non ha alcuna voglia di rallentare, ma semmai solo di avvitarsi nella ricerca delle soddisfazioni annunciate dall’eterno presente. Eppure basterebbe convincersi che la temperanza, per come l’abbiamo descritta, ha un’energia capace di aiutarci a discernere il bene dal male. A limitarci, fino al punto in cui il male è dietro l’angolo, a non scivolare nelle sabbie mobili dell’hybris.

La temperanza è decisiva nel regolare i rapporti personali. Grazie a questa virtù conserviamo a lungo le qualità di un amore che il tempo tende naturalmente ad appassire; sopportiamo, dal parente al vicino, senza scivolare nella frustrazione della sconfitta, persone tanto distanti da noi nella loro indole; non cediamo alla trappola di un desiderio incontinente. Laddove desiderare resta una cosa meravigliosa, da vivere fino in fondo, perfino con pochi limiti. Dalla sfera privata a quella pubblica:  la temperanza, in questo caso sinonimo di moderazione, è decisiva nel dare respiro alla politica, in quanto «arte del possibile», e dunque della mediazione costruttiva, non del compromesso al ribasso. La politica è dura lotta, scontro vitale, richiede mezzi e non esclude la violenza, ma può diventare prigioniera del deliro di onnipotenza dell’uomo che ha conquistato il potere. E ne diventa schiavo, come qualsiasi, esagerato appetito.

L’abdicazione della temperanza ci ha messo di fronte a una modernità nella quale ogni giorno dobbiamo fare i conti con l’uso arbitrario della forza, con la violenza usata come unico strumento in grado di regolare i rapporti tra le persone. Cancellare la temperanza è necessario alla casta degli autocrati che vogliono dominare il mondo con l’uso delle armi e con le conquiste territoriale, in un ritorno, impensabile qualche anno fa, all’uso della guerra per costruire gli imperi. E la temperanza è ingombrante  e perfino incompatibile con l’uso compulsivo dei social che distillano e fomentano il suo contrario, fino all’odio.

Recuperare la temperanza oggi significa andare controcorrente, sfidare l’aria che tira  e misurarsi con qualcosa che non ha nulla di remissivo, e aiuta a orientare la bussola verso la strada della libertà, declinata, con un legame indissolubile, con la responsabilità.

Frasi celebri sulla temperanza

  • <Un animo grande disprezza la grandezza e preferisce la moderazione agli eccessi; quella è utile e vitale, questi invece nuocciono, proprio perché sono superflui>Seneca

La grandezza dei sentimenti, innanzitutto l’amore, dei pensieri e di ciò che resterà di noi, non ha nulla da spartire con le prove muscolari dell’esistenza, talvolta pure necessarie. La temperanza sta in questa capacità di riconoscere ciò che è davvero utile, essenziale, da quanto è spreco e frutto solo di inutile narcisismo e voglia di apparire. Anche nei sentimenti.

 

  • <È facile andare agli estremi, difficile restare fermi nel mezzo> Ezra Pound

Qualsiasi forma di estremismo, anche l’eccesso compulsivo e smisurato, è una scorciatoia, un modo per semplificare, in apparenza, la vita. E per avere la sensazione di godersela. Ma è una soluzione fragile, che non porta lontano. Al contrario, attraverso la temperanza, una strada sicuramente più complessa, diventiamo più solidi e attrezzati alle difficoltà della vita. L’idea dello <stare fermi> espressa qui dalla poetessa americana non è sinonimo di immobilismo, ma appunto di solidità, difficile da smuovere.

 

  • <Lavorare, mangiare, bere, dormire, amare: tutto deve essere misurato> Ippocrate di Coo

Prima dei latini, e di Seneca, come abbiamo visto, già i greci consideravano la temperanza una bussola esistenziale. Il principio è lo stesso e porta verso la stessa direzione: nella vita puoi concederti tante cose, dai doveri sul lavoro ai piaceri del corpo, della mente e dello spirito. Ma devi farlo con senso della misura e anche con leggerezza.

 

  • < I tre segni di grandezza sono: generosità nel pianificare, umanità nell’esecuzione, moderazione nel successo> Otto von Bismarck

Bismarck era un uomo che amava il potere e sapeva maneggiarlo molto bene. I suoi non erano tempi di particolari attenzioni per i più deboli, eppure a lui non sfuggiva la lezione che per gestire il potere in modo longevo bisogna mostrare umanità e generosità. E innanzitutto, grazie alla temperanza, tenere a distanza il morbo della hybris, quella sorta di delirio di onnipotenza che colpisce gli uomini potenti quando perdono la testa. E sono condannati a durare poco, senza lasciare qualche segno significativo della loro vita.

 

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