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Stop al nucleare. Ora che cosa accadrà in Italia?

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Addio al tanto sbandierato programma nucleare italiano. Che cosa accadrà? Gli ambientalisti naïf si preparino a una cocente delusione, perché la lotta alla successione vede in prima fila le vecchie e tradizionali fonti fossili: gas, carbone e persino petrolio. Per sole, vento e biomasse la sparizione dell’atomo dal panorama energetico nazionale (o meglio: la sua mancata comparsa) non comporterà guadagni supplementari di posizione.
Discontinue per definizione, le energie rinnovabili paiono ancora troppo costose e dipendenti dai sussidi pubblici per ambire alla sostituzione di una fonte, come quella nucleare, che nei manuali di economia costituisce la «base» di un sistema elettrico, ovvero energia disponibile a costi contenuti per ventiquattro ore al giorno. Proiezioni aggiornate sul futuro energetico italiano per il momento non ce ne sono. Troppo improvviso il «blitz» del governo e troppo fresche le promesse di un piano strategico nazionale. Ma non è impossibile farsi un’idea su ciò che accadrà.

GLI SCENARI SENZA L’ATOMO – Non molto tempo fa l’Rse (l’ex Cesi Ricerca) si interrogava sugli scenari nazionali «con» o «senza» energia dall’atomo. Su quanto sarebbe accaduto dopo il 2020, l’anno del primo chilowattora nucleare made in Italy, fino alla soglia del 2030, quando tutte le centrali del programma governativo sarebbero entrate in funzione. Ebbene, a quella data il cocktail elettrico italiano sarebbe stato composto da un 25% per ciascuno di nucleare, gas e rinnovabili, con il carbone poco lontano a quota 17%. Nella versione «senza», quella a cui guardiamo oggi, il primato spetterà senza ombra di dubbio al gas, con il 38%. A seguire le fonti rinnovabili (29% della produzione di elettricità) e, soprattutto, il carbone, accreditato del 23%. A riprova che l’energia nucleare, una volta introdotta in un sistema energetico, non taglia l’erba sotto i piedi alle fonti «verdi», ma limita piuttosto l’utilizzo degli idrocarburi e soprattutto del carbone.

LA LEZIONE GIAPPONESE – A dimostrarlo una volta di più è proprio la lezione del disastro giapponese. L’aver inondato di acqua di mare i reattori di Fukushima, e in generale l’effetto del terremoto e dello tsunami, ha levato di mezzo circa l’8% della produzione elettrica giapponese. Un po’ come se tutta l’elettricità prodotta dal Belgio sparisse da un giorno all’altro. Come pensano di sostituirla a Tokyo? Con fonti che devono essere giocoforza versatili. Cioè abbondanti, immediatamente disponibili e trasportabili come gas, carbone e petrolio, in una proporzione che è stata stimata in un 40-40-20%.
Il Giappone, che ha sempre avuto tra le sue fobie storiche quella della sicurezza degli approvvigionamenti e delle rotte del trasporto, non ha però solo sviluppato l’energia nucleare. Negli anni dopo la crisi del Kippur ha dato vita a un’industria del gas liquefatto che ne fa il primo importatore al mondo. Tanto che se la metà di quanto gli è venuto a mancare oggi dovesse essere soddisfatta dal gas bisognerebbe dirottare verso il Sol Levante qualcosa come 12 navi metaniere ogni mese.
Il gas e il carbone, insomma, torneranno ad essere centrali per chi vorrà (o dovrà) rinunciare alla fissione atomica? Più il primo che il secondo, per la verità. Senza l’applicazione di costose tecnologie per la sua «ripulitura» il chilowattora elettrico da carbone produce quasi il doppio della CO2 del chilowattora da gas naturale. Sarebbe logico, quindi, preferire quest’ultimo anche se più costoso.
Impianti ormai vecchi
Ancora: secondo un’altra stima (di fonte Eni) il 60% dell’energia elettrica europea viene da centrali nucleari e a carbone che in molti casi sono così anziane che dovrebbero già essere fuori servizio. E se solo metà di esse dovesse passare al gas la domanda europea salirebbe di 200 miliardi di metri cubi, circa il 40% in più rispetto ad oggi. È legittimo aspettarsi qualcosa del genere dopo che la Merkel ha fermato sette vecchi impianti nucleari tedeschi, Bruxelles ha avviato degli «stress test» generalizzati e le opinioni pubbliche dell’intero continente sono in preda a un nuovo «effetto Chernobyl» (meglio sarebbe dire: un effetto Fukushima) un quarto di secolo dopo? Probabilmente sì.

LA SICUREZZA E I TIMORI – Sul piano della sicurezza qualche timore non sembra infondato se la prospettiva italiana è quella di dover dipendere ancora di più dai «soliti» fornitori, che per una ragione o per l’altra un motivo di grattacapi l’hanno dato, o lo danno tuttora. Come la Russia, nel recente passato protagonista di diverse crisi ucraine; o l’Algeria, che non può essere considerata immune dal contagio delle rivolte nordafricane; oppure la Libia, il cui gasdotto verso la Sicilia è stato fermato a tempo indeterminato. Poi bisogna anche metterci gli imprevisti: il «tubo» dalla Norvegia e dall’Olanda è stato chiuso lo scorso anno per mesi a causa di una frana in territorio svizzero. E pochi si ricordano che nel dicembre 2008 l’ancora di una nave strappò nello Stretto di Messina una delle cinque condotte dall’Algeria. La riparazione andò avanti per settimane. A livello internazionale non consola affatto pensare che il primo Paese al mondo per riserve di gas dopo la Russia è l’Iran, e che le migliori prospettive per l’Europa si trovino nell’area del Caspio e in Iraq.

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LE OPPORTUNITA’ DEL GAS – Gli strascichi della Grande Crisi, che ha abbattuto a livelli mai visti i consumi e i prezzi «spot» del gas, fanno sì che per ora le preoccupazioni rientrino velocemente. Ma se la corsa al gas dovesse ripartire, come si chiede anche l’Agenzia internazionale dell’energia, si ritornerebbe alle domande di qualche anno fa: ci si dovrebbe chiedere come mai l’Italia non ha nuovi rigassificatori come il Giappone (oltre a quello di Panigaglia e Rovigo) che le permetterebbero tra l’altro di sfruttare le opportunità del mercato libero e le conseguenze del fenomeno del gas «non convenzionale». Sul fronte dei gasdotti di importazione, invece, l’Eni preme per il South Stream in società con i russi di Gazprom, un’opera finora osteggiata dalla diplomazia americana. L’Edison italo-francese sta spingendo sull’Itgi, proveniente dall’Azerbaigian attraverso la Turchia. Entrambi in competizione con il progetto europeo Nabucco, che ha difficoltà a trovare chi gli fornisca la materia prima. In ogni caso almeno fino al 2015 si tratterà di aspettare. L’Enel, da parte sua, cercherà di portare a casa il rigassificatore di Porto Empedocle, bloccato dai mille ricorsi. E soprattutto rispolvererà i suoi primitivi progetti a carbone, accelerando sulla centrale di Porto Tolle (Rovigo) e puntando a un altro impianto al Sud, quello di Rossano Calabro (Catanzaro).
La fine un po’ ingloriosa del «Rinascimento nucleare», insomma, mette a nudo le debolezze del sistema. Ma anche senza referendum non esimerà da nuove e dolorose scelte.