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Sprechi, buchi e parassiti: perché le province sono da abolire

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Centodieci province, per 17 miliardi di euro di spese di gestione all’anno, aumentate dal 2000 del 70%. Circa 61mila dipendenti  (stipendio annuo da 2,5 miliardi), una classe politica da 4.200 unità (pagati 15 milioni all’anno), un costo complessivo dell’apparato burocratico di 4,1 miliardi. Non bastano questi numeri a convincere Camera e Senato a dare finalmente un taglio agli enti più inutili che ci siano nella macchina-Stato. Anzi, si continua con l’andazzo che ha caratterizzato la storia d’Italia dal Dopoguerra. Anzichè abolirle, le si moltiplica. E poi le si difende coi denti, dopo aver sbandierato in varie campagne elettorali la volontà di tagliarle. Così ha fatto il governo Berlusconi, smemorato. Così ha fatto anche il Pd, che aveva presentato una proposta ‘anti-Province’ ma al momento concreto, il voto di una medesima proposta targata Idv, ha deciso per l’astensione mandando all’aria i buoni propositi di Antonio Di Pietro. C’è chi parla di scompensi sociali dovuti al licenziamento dei dipendenti. Balle. Come ha scritto Andrea Scaglia su Libero in edicola oggi, giovedì 7 luglio, nessuno si sogna di buttare in mezzo alla strada i circa 61mila dipendenti degli enti provinciali, che costano circa 2,15 miliardi di euro ogni anno e sarebbero naturalmente riassorbiti in altri organismi statali – anche se, come faceva notare Oscar Giannino dopo aver incrociato dati Upi (Unione delle Province) e Inps, vista l’elevata età media dei lavoratori in questione, il blocco del turnover porterebbe a un risparmio di circa 600 milioni nei primi cinque anni.

Sempre in crescita – Tagli? Macchè. L’anno scorso – scrive Scaglia – s’era parlato perlomeno di sopprimere quelle con meno di 220mila abitanti, ma poi niente, come di consueto s’è preferito soprassedere. Col risultato di mantenere situazioni paradossali come la Provincia sarda dell’ Ogliastra – meno di 60mila abitanti, praticamente un quartiere di Roma -, e la recente “secessione” di Fermo da Ascoli Piceno – era una sola provincia da soli 200mila residenti, ora sono due da 100mila l’una, e però invece che un solo Consiglio da 30 componenti se ne sono formati due da 24 ciascuno -, e l’istituzione della paradossale Bat, Barletta-Andria-Trani.

C’è poi tutto il corollario di sprechi del caso. Giusto tre esempi, riportati da Francesco Specchia sempre su Libero in edicola giovedì. Nella callida Venezia, febbraio 2010, l’opposizione alla giunta provinciale denunciò i 9.240 euro spesi per il lampadario in vetro di Murano del Palazzo (sede dell’ente) di Cà Corner. Il pregevole manufatto ora fa bella mostra vicino la sala di rappresentanza. La presidentessa leghista Francesca Zaccariotto così commentò l’acquisto: «Nulla di scandaloso. C’era bisogno di un lampadario, mica potevamo metterci un neon». E luce fu. A Bolzano, terra dall’italiano riottoso, ecco un corso di retorica da 9.030 euro complessivi, sulle orme ars oratoria di Cicerone, che -si sa- era uno Schützen. Il corso era destinato solo ad una decina di fortunati dirigenti dell’amministrazione provinciale . Relatore “Hannes Müller, affermato regista molto apprezzato in tutta Europa per seminari sul tema”. Molto, molto apprezzato. A Napoli l’amministrazione Cesaro (centrodestra) ha promesso agli elettori sobrietà nelle spese, ma ha portato l’importo per contributi ad associazioni amiche fino 3, 1 milioni  di euro. Tra le iniziative  fondamentali: “Cogli l’attimo”, euro 9.800,  “C’è di più per te” o  “Sognando di diventare campioni tirando la fune” euro 5.000. E Sant’Antimo, città di origine di Cesaro, batte tutti con aiuti per euro 125.832. Atr’che munnezza, San Gennà… A questo punto, non rimane che sfidare Di Pietro: forza Antonio, fai una proposta di legge popolare.