Gli Hopi sono famosi per la dry farming, cioè l’agricoltura senza irrigazione artificiale o con pochissima acqua. Non cercano di imporre alla terra condizioni da ambiente umido, ma scelgono colture e tecniche adatte al deserto.
Il loro mais tradizionale, in particolare, è selezionato per:
- crescere con pochissime precipitazioni;
- sviluppare radici profonde;
- sfruttare l’umidità residua del terreno;
- maturare nei brevi periodi favorevoli.
Tradizionalmente utilizzano tecniche come:
- piantare nei punti dove l’acqua piovana naturalmente si concentra;
- creare piccole barriere di pietre e terra per rallentare il deflusso dell’acqua;
- scegliere con attenzione la posizione dei campi;
- sfruttare la neve e le piogge stagionali.
In pratica, invece di “combattere” il deserto, imparano a collaborare con i suoi ritmi.
La cosa più interessante è che per gli Hopi l’agricoltura non è solo una tecnica: è anche un rapporto spirituale con la terra. Il contadino non è visto come qualcuno che domina la natura, ma come qualcuno che mantiene un equilibrio.
La coltivazione del mais, ad esempio, è legata a preghiere, cerimonie e responsabilità verso le generazioni future.
E accanto all’armonia con la natura, gli hopi coltivano l’armonia tra le persone: sono infatti considerati uno dei popoli più pacifici della Terra.
Un personaggio che aiuta a capire questa eccezionale cultura contadina, capace di non soffocare sotto i colpi dell’espansionismo consumista degli americani, è Michael Kotutwa Johnson, uomo di frontiera tra le due civiltà. Michael è nato in Arizona, si è laureato in Scienze agricole alla Cornell University di Ithaca, ma poi ha deciso di tornare a lavorare con la sua famiglia nelle terre riservate agli hopi.
Tornato nella sua terra natia, Johnson ha scoperto i segreti, oggi attualissimi, dell’agricoltura hopi che non ha mai smesso da millenni di essere sostenibile. La stagione della semina inizia in primavera, quando il terreno viene pulito dalle erbe infestanti, la sabbia viene spazzata e si scavano le buche. A una profondità , nel caso del mais, dai 15 ai 45 centimetri, dove finalmente il terreno diventa umido. E dire che all’università a Johnson avevano insegnato che il mais doveva essere seminato a soltanto 2,5 centimetri di profondità. Una volta che arrivano le piantine, l’agricoltore hopi elimina le più corte, e lascia solo le più robuste, selezionando così quelle che saranno capaci di resistere alla siccità e dare comunque un’abbondante quantità di frutti. Ogni pianta viene ispezionata, i semi sono controllati con la massima attenzione, alla ricerca di insetti distruttivi. Ma nell’agricoltura hopi non esistono fertilizzanti e inset
Mentre lavora la terra, Johnson continua le sue ricerche, e ha persino ottenuto un incarico all’Indigenous resilience center di Tucson, in Arizona. Qui si studiano e si insegnano le tecniche della coltivazione anti-siccità delle popolazioni indigene. Partendo da un dato che dimostra quanto un’antica sapienza di tribù ormai diventate una netta minoranza nella popolazione, sia ancora preziosa. I popoli indigeni, che rappresentano solo il 5 per cento della popolazione mondiale, proteggono l’80 per cento della biodiversità globale sul 25 per cento delle loro terre. Dovremmo essere tutti grati agli hopi.
L’immagine di copertina è tratta dalla pagina Facebook di Michael Kotutwa Johnson
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