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Nucleare, Clini: La ricerca non deve fermarsi

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La parola suona quasi blasfema alla Conferenza di Durban sulla lotta al cambiamento climatico: nucleare. Ma il ministro italiano dell’Ambiente, Corrado Clini, non teme di pronunciarla, preceduta da quella che ne annulla il maligno impatto: «ricerca». Tra una riunione e l’altra, ormai in corsa contro il tempo, per evitare che sabato mattina la comunità internazionale debba prendere atto di un altro fallimento dei negoziati sulle contromisure all’emissione di gas serra, dopo Copenaghen e Cancun, il ministro ribadisce che «la ricerca sull’energia nucleare non deve fermarsi». Le agenzie rilanciano la dichiarazione, ma in realtà non c’è da allarmarsi: non è una svolta verso il ritorno a una fonte energetica bocciata dagli italiani con un partecipato referendum.

«L’ITALIA NON STIA INDIETRO» - «Quello che sostengo, e ho sempre sostenuto – spiega Corrado Clini – è che l’Italia non può restare indietro nella ricerca su un combustibile di quarta generazione che dovrebbe in futuro sostituire la fusione nucleare. È un filone sul quale l’Italia può vantare elementi di eccellenza. Si tratta di continuare a sviluppare nuove, indispensabili conoscenze, sul filo dell’esperienza di 60 anni, per spiccare il salto verso la produzione di energia nucleare pulita; e anche per risolvere il problema delle scorie. La Cina sta investendo risorse enormi per creare piccole taglie di energia nucleare». Sarebbe a dire? «Piccoli impianti di sicurezza intrinseca».

E la Cina, in questo momento, in Sud Africa, sembra intenzionata a trasformarsi nel più solido appoggio al gruppo di 160 paesi che non vogliono lasciare morire a Durban lo schema del Protocollo di Kyoto, dopo la scadenza del 2012, anche se Usa, Canada, Giappone e Russia non ci stanno: «La Cina è favorevole, perché un Kyoto 2 può rappresentare tra il 2013 e il 2020 la struttura istituzionale internazionale che consente di utilizzare il Fondo Verde per il Clima» spiega il ministro Clini. Il Fondo, per ora, piange, avendo ricevuto soltanto una prima promessa di finanziamento della Germania con 40 milioni di euro, mentre dovrebbe raggiungere per il 2020 una consistenza da cento miliardi di dollari annui.

L’appoggio esterno principalmente di Cina, Brasile e altri paesi minori traghetterebbe almeno una buona parte del mondo verso impegni più solidi da prendere attorno al 2020. Ma c’è un’espressione ancora più terrificante di «nucleare», per molti dei negoziatori riuniti a Durban, ed è: «legalmente vincolante». Per gli Usa c’è un solo tipo di impegno «moralmente e politicamente vincolante», quello assunto con gli accordi di Cancun. E se gli Stati Uniti non accettano una giurisdizione internazionale, nemmeno Cina e India si lasceranno imbrigliare. C’è una sola esca su cui possono fare leva i negoziatori comunitari: l’ansia dei due colossi asiatici di primeggiare sul mercato dell’energia pulita e della tecnologia verde.