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Nucleare 2 / Vecchi o tecnologicamente superati: Europa, ecco i reattori a rischio

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Poco prima del disastro di Fukushima, il Forum nucleare italiano aveva organizzato per aprile un convegno dal titolo "Ci può essere una nuova Chernobyl?". La domanda era intesa come retorica ed erano già pronti gli interventi in cui si citavano previsioni secondo le quali un incidente catastrofico aveva una probabilità irrilevante. Dopo la catastrofe in Giappone quel convegno è stato annullato ed è stata invece l’Europa a chiedersi quale dei 143 reattori nucleari in funzione nel vecchio continente potrebbe trasformarsi in una potenza smisurata e fuori controllo. Bruxelles ha deciso una serie di test per verificare l’affidabilità del parco nucleare continentale, la Germania ha fermato i reattori più vecchi e deciso di chiuderli tutti entro il 2022, per tutto il settore insomma è scattata una battuta d’arresto di cui è difficile prevedere la durata.

In attesa del check up europeo, che renderà ufficiale l’elenco degli impianti più pericolosi, abbiamo provato ad anticipare la diagnosi con l’aiuto di Greenpeace, che aveva già avviato un monitoraggio delle centrali. "Prima dei test non azzardiamo giudizi definitivi", spiega Giuseppe Onufrio, fisico, ex ricercatore dell’Enea e direttore di Greenpeace. "Ma possiamo mettere assieme gli indizi che suggeriscono di tenere sotto particolare osservazione certe categorie di reattori: i più vecchi, quelli senza il secondo guscio di contenimento o quelli di tipo Candu, quelli tipo Chernobyl, quelli che hanno avuto incidenti seri o una lunga serie di fermi dovuti a disfunzioni". Il risultato è abbastanza impressionante: oltre la metà degli impianti (87 su 143) presentano potenziali problemi.

Cominciamo con i reattori RBMK moderati a grafite, come Chernobyl. Ne sono stati costruiti 17 in Russia, Ucraina e Lettonia. Oggi ne funzionano 11 che si trovano in tre siti: 4 a Kursk, 3 a Smolensk, 4 a San Pietrobugo (centrale di Leningrad). Proprio nella centrale di Leningrad nel 1975 c’è stato un incidente in cui sarebbe avvenuta una parziale fusione del nocciolo con rilascio di radioattività nell’ambiente. Nel 1992 altro incidente, sempre a Leningrad, sempre con rilascio di radioattività: è il primo ad essere ammesso ufficialmente e annunciato dai giornali.

Poi ci sono i reattori con problemi tecnici. A Temelin (Croazia) ci sono state, in fase di costruzione, irregolarità nelle saldature. A Kruemmel (Germania) si è registrata una serie prolungata di fermi a causa di un ripetersi di problemi.

"Tredici reattori sono privi del doppio contenimento", aggiunge Onufrio. "E se è vero che si tratta di macchine di potenza limitata è anche vero che, in caso di incidente con rilascio di radioattività, non c’è nulla a fermare i radionuclidi in uscita. Tra l’altro uno di questi reattori è in Spagna, a Santa Maria de Garona. Altri, in Slovacchia, sono di proprietà dell’Enel che ne vuole completare altri due spendendo circa 3 miliardi di euro: un acquisto che si può definire incauto visto che sono estremamente esposti anche a un attacco terroristico".

Un’altra categoria considerata a rischio sono i reattori Candu, una tecnologia canadese che ha una caratteristica spiacevole: in caso di perdita di liquido di raffreddamento l’attività aumenta, rendendoli più instabili in caso di incidente. In Europa sono solo due.

Infine la lista più lunga: i reattori che hanno più di 30 anni di vita e sono quindi vicino all’età della pensione. Ce ne sono 3 in Belgio, 4 in Finlandia, 22 in Francia, 7 in Germania, 1 in Olanda, 1 in Slovenia su una faglia sismica attiva, 1 in Spagna, 7 in Svezia, 4 in Svizzera, 9 in Gran Bretagna.
 
"Come si vede da questi numeri, più della metà dei reattori europei presenta delle criticità", osserva Onufrio. "Prima di Fukushima i sostenitori dell’energia nucleare pensavano di aggirare il problema dell’invecchiamento del parco centrali determinato dalla mancanza di nuovi reattori allungando la vita operativa dei vecchi impianti. Dopo il disastro che a Fukushima ha avuto come protagonista proprio un vecchio impianto, questa prospettiva perde credibilità anche agli occhi della maggior parte dei governi. Per il nucleare dunque si apre uno scenario esattamente opposto a quello del rinascimento propagandato dai costruttori. In tutto l’Occidente le centrali nuove erano sostanzialmente ferme da trent’anni perché troppo costose e troppo impopolari. Ora il declino potrebbe diventare molto rapido. Nei prossimi decenni penso che ci si dovrà porre il problema – oltre che delle risorse economiche – anche della conservazione di un presidio di conoscenze tecniche sufficiente a dare alle generazioni successive la possibilità di governare il problema delle scorie nucleari che gli stiamo lasciando poco generosamente in carico".