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L’antimafia in tavola

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Claudio Careri      www.lindro.it

Organizzare un menu matrimoniale mafia free, rifornire le mense delle scuole e delle Università con i prodotti a marchio Liberaterra, promuovere dei protocolli d’intesa per incentivare gli operatori commerciali e i ristoratori a esporre i frutti oleo-vinicoli , generati dalle cooperative nei terreni confiscati appartenuti ai clan. Sono comportamenti di resistenza attiva quotidiana che possono mandare in tilt il fenomeno mafioso. La rivoluzione dei campi e della tavola inizia a farsi carne viva, se nel piccolo si innescano dei micro cortocircuiti. E’ il bag shopping power, uno dei più grandi portati dell’economia new global. Quella dell’agire locale e pensare globale.

Gli studi della ricercatrice di sociologia presso l’Università di Bergamo Francesca Forno, autrice del libro ’La spesa a pizzo zero. Consumo critico e agricoltura libera: le nuove frontiere della lotta alla mafia’ (Altreconomia edizioni) inquadrano un notevole mutamento di massa in questa direzione. 

II consumo critico, senza coltivare speranze palingenetiche, rappresenta un grande potere nelle mani di un cittadino responsabile: un modo per esprimere quotidianamente l’opposizione alla mafia. “Ci vuole la buona politica per dare sostegno alle filiere corte. Altrimenti, numeri e volumi di affari del mercato equo e solidale rimangono limitati, configurandolo sempre come un consumo di nicchia. Bisogna spingere gli attori sociali ed istituzionali a incentivare le buone pratiche”, nota la saggista. 

In che modo si può sollecitare l’intervento? “Per diventare democratico un meccanismo siffatto ha bisogno di essere incrementato concretamente dalla politica. Esempi concreti? A Varese si è organizzata una giornata in cui ai bambini sono stati somministrati alimenti provenienti dalle cooperative di Libera. A Palermo il Rettore dell’Università ha dichiarato che i prodotti della mensa universitaria dell’Ateneo del capoluogo siciliano d’ora in poi saranno certificati pizzo free. Sono atti simbolici determinanti per il cambiamento”, dichiara con soddisfazione la sociologa.

E’ ovvio che il consumatore deve fare la sua parte ed essere disposto a pagare un mark-up su un bene, prodotto senza danneggiare l’ambiente né ingrossare le tasche della malavita organizzata. “Sono prodotti che devono necessariamente e geneticamente costare di più. A livello generale ci dovremmo interrogare sulla necessità di lavorare, produrre e consumare di meno e meglio,” soggiunge Forno. 

Il Commercio equo e solidale non risolve il problema degli effetti critici del neoliberismo, ma i ponti e le reti solidali che si intrecciano, le esperienze di eccellenza in Sicilia di produttori motivatissimi come Roberto Li Calzi (che lega il suo nome ai Gruppi di acquisto solidale e al consorzio Le Galline felici) sono sinergiche. I beni acquistati non sono solo più buoni, più biologici, più giusti: il loro acquisto crea economie e libera potenzialità enormi, avvia un processo di contaminazione”, dichiara ancora la studiosa.

E l’effetto domino dell’altra Sicilia che innesca prassi virtuose imprevedibili: “Addiopizzo riesce ad avere un potere trainante e a determinare una contaminazione vincente, consorziando realtà vicine, con il risultato stupefacente che un’economia che non ce la fa più a soggiacere a certe dinamiche, reagisce non pagando l’odioso costo d’impresa, vincendo l’abituale sfiducia nei confronti dello Stato, facilitando l’alleanza di reti locali solidali. In Sicilia qualcosa sta cambiando. L’imprenditore che si ribella non è più un corpo estraneo. Delle difficoltà si hanno invece a Isola Capo Rizzuto. Lo sto notando esaminando un caso di specie, di cui si sta occupando una mia allieva, relativamente a un bene confiscato. Constato ancora che un simile meccanismo non è attecchito in questa parte della Calabria”.

Il protagonismo di Addiopizzo e la decisione di Confindustria Sicilia di espellere chi paga il pizzo o lavora con la mafia hanno indicato la svolta possibile. La realtà associativa nata a Palermo propone ai cittadini di preferire nell’atto dello shopping i negozianti che non pagano il pizzo. Il motto dei promotori dell’associazione è un vero e proprio cavallo di battaglia: “un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Comprando un qualsiasi oggetto da negozianti ’taglieggiati’ si alimenta in maniera indiretta il meccanismo perverso del racket delle estorsioni. Oggi il marchio pizzo free comprende a Palermo oltre trenta aziende e cinquecento esercizi commerciali.

Fino a che punto si può credere nella mobilitazione collettiva e nell’assistenzialismo dei gas Nord-Sud? Secondo Forno il tema ha mille rivoli: “Non si può risolvere così il problema, ma il consumo critico è un atto educativo e pedagogico. Il movimento dei movimenti a livello mondiale ha diffuso un’attenzione diversa, antiliberista che non soggiace a logiche economiche. Il cittadino su scala locale non è più impotente di fronte alla mafia, ma intravede un percorso di convenienza pratica ed economica. Su questo trend ereditato dal popolo di Seattle si innesta inoltre uno step aggiuntivo: ovvero il passaggio dal boicottaggio al buycottaggio, più facile da diffondere oggi grazie alla diffusione di Internet”.

Per la studiosa inoltre: “Il grande successo delle cooperative di Don Ciotti ne dà testimonianza concreta. Il consumo è sensibile all’antimafia, e il gesto di acquistare diventa un atto concreto resistente. Il fatto che il Fair Trade partecipi e concorra all’assegnazione dei beni confiscati la dice lunga sugli scenari di mercato”.

Per superare le limitazioni e i colli di bottiglia della distribuzione sono stati fatti degli accordi specifici: “La Coop ha garantito una certa stabilità alle cooperative Liberaterra, è stata fondamentale per lo sviluppo del progetto. Le piccole cooperative hanno potuto contare sempre su grandi ordinativi. È aumentata la richiesta di prodotti sani e ha perso consistenza l’idea che il prezzo basso sia indice di effettiva convenienza”, conclude la ricercatrice. 

Una cosa è certa: riempire il carrello della spesa è sempre più un atto politico. Il potere risiede nelle mani di un consumatore responsabile, attento al valore etico, al pari del contenuto estetico.