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La pattumiera nucleare assediata dai grandi fiumi

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Quel giorno di marzo a Viadana il Po bisbigliava tracimando nelle golene e i vecchi sul pontone scommettevano sul livello di piena mentre il fiume maestoso e fumante andava verso il mare. Fu lì sull’argine che vidi per l’ultima volta Umberto Chiarini, il capo della resistenza anti-nucleare padana. Il referendum era alle porte e lui si stava massacrando di comizi tra Veneto e Piemonte. Amavo tutto in lui: l’accento in bilico fra Emilia e Lombardia, la barba argentata, la passione civile bruciante e piena di ironia, il gusto del buon mangiare anche in mezzo alle battaglie. Era lui l’anima della Padania. E quando settimane dopo, a referendum vinto, sarebbe morto per un guasto improvviso alla pompa del cuore, al suo funerale in barca – sullo stesso argine – pensai al Po che se lo riprendeva. Mario Rigoni Stern, morendo, era diventato bosco. Chiarini era diventato fiume.

“Vai a vedere i cadaveri viventi del nucleare – mi ammonì a bruciapelo nell’ultimo incontro – se davvero ti interessano gli spiriti”. Rimasi di stucco, non ci avevo pensato. E intanto lui aveva già aggiunto alla mia mappa le centrali di Montalto, Trino Vercellese, Caorso. Disse di quei pentoloni che bollivano ancora, un quarto di secolo dopo la chiusura. Poi fece nomi meno noti, come Brasimone sui monti bolognesi, un impianto che dormiva “sulle sue scorie al plutonio” e sfiatava “vapori di trizio da un camino”. Descrisse “paesi addormentati dai soldi delle compensazioni e risvegliati solo dal disastro in Giappone”. Poi parlò con passione di Saluggia nel Vercellese: il grosso delle scorie radioattive italiane piazzate fra il Po e la Dora, col rischio sempre vivo di un’esondazione capace di uccidere la Padania e l’intero Adriatico. Mi disse “Vacci”, e per me fu come un ordine.

Mi disse anche del vecchio professor Giorgio Nebbia, memoria della storia industriale italiana, e allora tutto cominciò a quadrare. Quel nome l’avevo trovato già nelle carte di Paolo Vittone, l’amico buonanima innamorato delle rovine che mi aveva spinto a questa ricerca un po’ folle nei luoghi dell’altro mondo. Pochi giorni dopo andai a Roma a incontrarlo e il nucleare fu il nocciolo duro del suo racconto. Annotai parole terribili. “Se fra secoli questi siti avranno delle perdite, come faremo a intervenire? Saremo come un idraulico chiamato a tappare uno spandimento in una vecchia casa di cui non sa nulla… Il nucleare resta attivo per migliaia d’anni, e noi come comunicheremo ai posteri il piano delle nostre centrali dismesse? In che lingua parleremo di cesio e plutonio? Con che sistema di scrittura? In Word, magari? Ma chi leggerà Word fra trecento anni, se oggi non sappiamo leggere cose scritte trent’anni fa?”.

Mi bombardò di evidenze sconvolgenti. “Dove scriveremo il nostro messaggio ai figli dei nostri figli? Su carta? E se la carta si decompone? Lo incideremo su pietra come i geroglifici? Eserciti di semiologi stanno scervellandosi su questo rebus”. Spiegò che uno dei punti forti contro il nucleare era proprio questa impossibilità di avvertire i posteri sul contenuto delle centrali. Disse ancora: “Bisognerebbe istituire una casta, in pratica delle vestali, obbligate a tramandarsi i codici di questo nostro passato”. Gli chiesi di Saluggia e disse: “Se qualcuno spedisce un drone con una bomba su Saluggia, contamina l’intera pianura. Ma la gente non lo sa. Non sa che tonnellate di scorie di centrali chiuse viaggiano ancora su treno da uno stato all’altro e che far deragliare uno di quei treni è facilissimo. Ma noi come possiamo passare ai nostri nipoti notizie che nemmeno noi siamo in grado di sapere?”.

Partii frastornato. I luoghi degli spiriti che avevo visto erano nulla rispetto a quello che mi si prospettava. Così andai, non potevo più sottrarmi a quel doppio invito, e filai a Saluggia in un giugno di temporali, con il Po bello gonfio che muggiva sotto i ponti. Dalla selvaggia riva sud sul lato del Monferrato, già Trino apparve tra i fulmini come la paurosa metafora di un destino possibile. La promessa disattivazione veloce, mi dissero, non era mai stata fatta. A valle della centrale il fiume si ingolfava tra i pioppi agitati dalla tramontana. Il tapis roulant color argento andava sotto il cielo nero, il vento e l’acqua erano gli unici rumori, anatre selvatiche risalivano la corrente a cinquanta metri d’altezza. Poco a nord vidi risaie smeraldine pettinate dal vento e popolate di aironi. Il morto vivente era furbo, si annidava in una natura apparentemente incontaminata.

Claudio Fechio e Rossana Vallino, attivisti vercellesi del “No” al nucleare, mi portarono a vedere Saluggia dalla riva destra della Dora. Avvicinarsi altrimenti non era opportuno, la zona era strettamente sorvegliata. Carabinieri e polizia. Passammo un piccolo tunnel sotto la ferrovia Chivasso-Santhià, poi camminammo nella pioggia verso le ghiaie del fiume, in un dedalo di pozzanghere. Fu lì che la centrale apparve, accanto a faggi immensi, sotto una processione di nubi migranti. Era bianca, intrisa di una sua intrinseca luminescenza. Ascoltai dati sconvolgenti sui rifiuti liquidi radioattivi tombati lì dentro. “Trecento milioni delle nostre bollette elettriche – disse Rossana sotto il temporale – finiscono nella manutenzione di cimiteri come questo. E sono costi che non ci vengono mai detti”. Pensai: Saluggia non è un luogo di fantasmi. E’ un fantasma in sé.
Umberto Lorini, battagliero direttore-proprietario del periodico “La Gazzetta”, era nato nel ’66 ed era un figlio dell’era atomica. Volle mostrarmi il cartello indicatore del suo paese, Crescentino, a valle di Saluggia. C’era scritto “Comune de-nuclearizzato”. Dichiarazione quasi patetica, fatta a due passi dal comune più nuclearizzato d’Italia. “Qua sotto è pieno di falde che alimentano un pezzo di Piemonte” disse Lorini, “e i rischi sono enormi”.

Eravamo in un indescrivibile labirinto d’acque. Vidi la Dora gonfia di forza alpina, le sue gigantesche chiuse e il pescoso canale scolmatore. Vidi il Po lambire il parco naturale sulla confluenza, poi il canale sussidiario chiamato Farini, rettilineo fra i pioppi, e ancora il mitico canale Cavour diretto alle risaie di Vercelli e Pavia. Cristo Santo, la pattumiera nucleare era in mezzo alla Mesopotamia d’Italia, assediata dalle acque. E non bastava: mi fu mostrato anche il canale del Rotto, così chiamato per una vecchia e catastrofica rottura dell’argine. I nomi dei luoghi, si sa, non parlano ai tecnocrati. Il nome del monte Toc, indicatore di frane, non aveva detto nulla ai costruttori della diga del Vajont, e così, mezzo secolo dopo, la parola “Rotto” non ammoniva i signori dell’energia. La tomba delle scorie stava in mezzo alle alluvioni e servivano milioni per proteggerla dall’indifendibile.

Tuonava. Mi dissero che nonostante questo Saluggia sarebbe stata ampliata. La Bestia aveva ancora fame di terra e di acque.