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La crisi dell’Eurozona potrebbe costare al clima 45 miliardi di dollari

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Il summit di Durban si svolgerà in uno dei momenti più difficili ed impegnativi della storia dell’economia. I decisori politici dovranno prendere provvedimenti importanti e allo stesso tempo fare i conti con l’austerità finanziaria, la crescente attenzione per gli interessi nazionali, e il diffuso scetticismo nell’assicurare un successore degno al Protocollo di Kyoto”. Ecco quanto sostiene Juan Costa Climent, Direttore dei Servizi sul Cambiamento Climatico Globale e la Sostenibilità presso la società di consulenza e revisione Ernst&Young, in occasione della pubblicazione del report “Durban Dynamics: navigating for progress on climate change”, che ha anticipato di qualche giorno l’apertura del vertice, in corso in queste ore, in Sud Africa.

Lo studio di Ernst&Young quantifica in termini di denaro, l’impatto degli attuali piani di austerità economica sugli investimenti nel settore della lotta al cambiamento climatico, e rileva che la crisi economica che ha investito l’Eurozona potrebbe condurre ad un gap finanziario sul cambiamento climatico di circa 45 miliardi di dollari entro il 2015. “L’enorme lacuna finanziaria relativa ai progetti sul cambiamento climatico suggerisce che la continua incertezza economica rende l’economia a basse emissioni di carbonio sempre più difficile da raggiungere”, continua Climent, sostenendo che in un simile contesto, la fiducia da parte degli imprenditori nei confronti della capacità di raggiungere un accordo per il post-Kyoto, è molto bassa.

Il report, pubblicato lo scorso 17 Novembre, sulla base dei dati raccolti in oltre 50 Paesi e con la partecipazione di oltre 300 imprenditori e managers di importanti multinazionali, mostra dunque che la prospettiva di future restrizioni fiscali alimenta l’incertezza e la sfiducia collettive nei confronti della buona riuscita del summit. Una larga percentuale degli intervistati sostiene che a Durban non si assisterà alla nascita di un efficace accordo globale (vincolante) sul cambiamento climatico. E, come in un circolo vizioso, la diffusa incertezza, potrebbe, a sua volta, avere delle implicazioni pesanti per la stessa crescita economica, dal momento che il 54% degli intervistati ritiene pur sempre che la lotta al cambiamento climatico sia anche un opportunità di crescita per il proprio business.

Ma in che modo, concretamente, la crisi economica e la diffusa incertezza, influiranno sulle politiche globali per il clima? Secondo Ernst&Young, il meccanismo è molto semplice: in tempi di crisi e restrizioni economiche i Paesi tendono a porre l’accento sulle questioni interne e nazionali, sacrificando l’interesse comune globale: in questo caso il clima. Ma, in secondo luogo, i Governi tendono anche (per ragioni elettorali) a varare riforme finanziarie con tagli a quei settori che non garantiscano ritorni economici immediati – com’è il caso appunto della lotta al cambiamento climatico. In termini quantitativi, questi meccanismi porteranno ad un “buco” finanziario, per i progetti sul clima, di almeno 22,5 miliardi di dollari entro il 2015, che potrebbero arrivare a 45 miliardi se la crisi nell’Eurozona non venisse marginata in tempi brevi.

Le cifre sono state calcolate prendendo in considerazione le spese dei governi delle dieci maggiori economie mondiali (Germania, Stati Uniti, Giappone, Francia, Italia, Regno Unito, Spagna, Corea del Sud, Australia e Sud Africa), nei settori connessi alla lotta contro il climate change. Questo significa che, in base agli scenari previsti nel report, a farne le spese saranno i programmi nazionali dedicati all’abbattimento dell’inquinamento e alla protezione ambientale, il settore delle energie rinnovabili, e quello dei crediti e dei sussidi per lo sviluppo di tecnologie pulite. Tra i dieci Paesi considerati, quelli in cui le misure di austerità economica colpiranno maggiormente il settore green economy, sarebbero la Spagna, il Regno Unito e la Francia.

Per quanto riguarda l’Italia, la situazione potrebbe essere meno grave, ma comunque preoccupante: se nel 2010 la spesa pubblica dedicata al clima è stata di 6,7 miliardi di dollari, nello scenario più roseo disegnato dal report, la differenza sarà di circa 2 miliardi di dollari tra il 2011 e il 2015, mentre nello scenario caratterizzato da una crescente crisi nei Paesi Euro, il gap sarà circa il doppio del precedente, nello stesso arco temporale.

Nonostante la maggior parte degli imprenditori intervistati sia consapevole che la lotta al cambiamento climatico possa rappresentare, almeno in parte, una via d’uscita dalla crisi economica, la loro consapevolezza non trova dunque riscontro nelle politiche dei rispettivi Governi.

“Senza un accordo globale sul clima, piuttosto che lavorare in una economia carbon-constrained – suggerisce Climent – sarà preferibile vivere in un mondo climate-constrained”. Almeno in questo contesto, Durban potrebbe rappresentare la chiave di svolta. A Durban, infatti si dovrà decidere sul futuro del processo di Kyoto, sullo sviluppo del mercato della forestazione, sulle prospettive del mercato dei combustibili fossili e su come il Green Climate Fund – proposto per la prima volta a Copenaghen – dovrà effettivamente operare. Secondo il report, queste sono questioni di vitale importanza, che potranno influenzare non solo le strategie e i modelli di business di molte organizzazioni, ma anche il destino della loro produttività.

Rispetto agli innumerevoli motivi di preoccupazione, dal report emergono tuttavia anche segnali di ottimismo. Soprattutto dai settori privati delle economie mondiali. Gli investitori responsabili stanno infatti dimostrando che è possibile essere impegnati nella protezione dell’ambiente e allo stesso tempo assicurarsi ottimi ritorni finanziari. Se dunque la mancanza di un accordo intergovernativo a Durban potrebbe ostacolare gli sforzi istituzionali per la lotta ai cambiamenti climatici, la libera azione delle imprese, per interessi privati, potrebbe, a quanto pare, rappresentare l’ultima garanzia di successo.