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Io, economista finalmente felice vi racconto la mia vita a impatto zero

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Da molto tempo ormai non uso piu’ l’ automobile, mi muovo soltanto in bicicletta.
Quando vengo in Italia, cosa che mi capita spesso, non prendo mai l’ aereo, sol
o il treno. Anche se sono stato a lungo un amante della carne, ora ne mangio poc
hissima, mi diverto a scoprire altri sapori, perche’ gli allevamenti intensivi di
bestiame sono tra le prime cause dell’ inquinamento atmosferico. Un chilo di ca
rne equivale a sei litri di petrolio. Preferisco comprare quel che mi serve nell
e piccole botteghe e cerco di usare ogni cosa sino a consumarla del tutto. Piutt
osto che buttare, riparo, anche se oggigiorno costa meno comprare un oggetto nuo
vo fabbricato in Cina. Ma preferisco appunto allungare la vita delle cose, o ric
iclare, combattendo cosi’ la filosofia dell’ usa-e-getta, l’ obsolescenza program
mata dei beni. Non possiedo un cellulare, e sto bene cosi’. Pratico quello che il
mio maestro Ivan Illich chiamava “tecnodigiuno”. Non guardo mai la televisione
e ho soltanto un computer che mi permette di consultare ogni tanto le email. Non
mi collego ogni giorno alla posta elettronica, faccio delle lunghe pause anche
in questo. Spesso scrivo lettere a mano perche’ e’ un modo di dimostrare a me stes
so che non ho bisogno di una protesi elettronica per comunicare con gli altri. L
‘ importante e’ resistere alla “tecno-dipendenza”. Si puo’ usare la tecnologia ma
bisogna evitare di esserne schiavi. Benche’ faccia tutte queste rinunce rispetto
allo stile di vita moderno, non sono da compatire. Invertire la corsa all’ ecces
so e’ la cosa piu’ allegra che ci sia. La mia unica regola e’ la gioia di vivere. E
‘ possibile immaginare una societa’ ecologica felice, dove ognuno di noi riesce a
porsi dei limiti, senza soffrirne perche’ non si sono create delle dipendenze. E
‘ ormai riconosciuto che il perseguimento indefinito della crescita e’ incompatib
ile con un pianeta finito. Se non vi sara’ un’ inversione di rotta, ci attende un
a catastrofe ecologica e umana. Siamo ancora in tempo per immaginare, serenament
e, un sistema basato su un’ altra logica: quella di una “societa’ di decrescita”.
Io parlo di decrescita felice, perche’ sono convinto che si tratta di piccoli ag
giustamenti che ognuno di noi puo’ fare senza soffrirne. Da giovane ero un econom
ista esperto di sviluppo. Negli anni Sessanta sono stato in Congo e poi nel Laos
per attuare programmi di sviluppo economico. E’ cosi’ che e’ incominciata la mia
riflessione critica su questo modello di crescita continua. Pensavo essere al se
rvizio di una scienza, in realta’ si trattava di una religione. Gli economisti co
me me allora sono dei missionari che vogliono convertire e distruggere popoli ch
e vivevano diversamente. Quando ho iniziato a non seguire piu’ questa dottrina as
soluta, in vigore ormai da decenni, ero molto isolato. In Occidente nessuno ha a
vuto il coraggio di parlare di decrescita fino al 1989, dopo il crollo del Muro.
Quando siamo entrati in un mondo globale, senza piu’ differenze tra primo, secon
do o terzo mondo, lentamente c’ e’ stata una presa di coscienza. Oggi non si trat
ta di trovare un nuovo modello economico ma di uscire dal governo dell’ economia
per riscoprire i valori sociali e dare la priorita’ alla politica. Ognuno di noi
puo’ fare qualcosa intorno a quelle che io chiamo le otto ‘ R’ . Ovvero rivaluta
re, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, ri
utilizzare, riciclare. Rivalutare significa per esempio creare un diverso immagi
nario collettivo, fatto dell’ amore per la verita’, di un senso della giustizia e
della responsabilita’, del dovere di solidarieta’. Rilocalizzare vuol dire produr
re a livello locale i prodotti necessari a soddisfare i bisogni della popolazion
e. Riutilizzare e riciclare e’ anche l’ unico modo di evitare di essere sommersi
dai rifiuti infiniti che stanno distruggendo la Terra. Le otto ‘ R’ sono cambiam
enti interdipendenti, che insieme possono far nascere una nuova societa’ ecologic
a. Una societa’ nella quale ci sentiremo di nuovo cittadini, e non piu’ solo sempl
ici consumatori. (testo raccolto da Anais Ginori)