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Gli animali vanno in Paradiso?

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di Enzo Bianchi e Ivano Dionigi 

 

 

ENZO BIANCHI: «A IMMAGINE DI DIO, SIAMO SOLO PASTORI DEL CREATO» 
Quando i cristiani leggono i racconti biblici della creazione, mettono sempre in evidenza che la creazione dell’uomo è avvenuta il sesto giorno, dopo che Dio, nei giorni precedenti, ha compiuto la creazione della luce, del firmamento, della terra e dei vegetali, delle fonti di luce, degli animali nelle acque, nel cielo, sulla terra. L’uomo sarebbe dunque il culmine della creazione, colui al quale essa è ordinata e, per questo, ne riceverebbe il dominio. A una lettura attenta del testo si nota però che il culmine della creazione si ha il settimo giorno: il telos di tutta l’azione di Dio è il sabato, giorno di shalom, di vita piena e di comunione tra tutte le creature e per tutta la creazione.

Non dobbiamo inoltre neppure dimenticare che oggi gli animali non sono più una presenza minacciosa per noi uomini, che non sono più in grado di contrastare la nostra supremazia e il nostro controllo del territorio, perché attualmente gli animali selvaggi sono confinati in riserve, nelle gabbie degli zoo. Oggi, se mai, avvertiamo la minaccia animale e ci sentiamo in dovere di combatterla solo quando si presenta nella forma di invasioni di parassiti, come pandemia dovuta al proliferare dei microbi. Ma c’è stato un tempo in cui l’animale era un pericolo per chi si avventurava fuori dai villaggi e dalle città, appariva come una reale minaccia. In ogni caso, se l’uomo ha la vocazione di «reggere», di «governare» la terra e gli animali, la sua sovranità non è assoluta e senza limiti, innanzitutto perché Dio continua a ripetere: «mia è la terra e voi siete solo inquilini» (cfr. Levitico, 25, 23); ma poi, più in profondità, perché l’uomo regge e governa quale «immagine» di Dio sulla terra (cfr. Genesi, 1,26 sg), dunque anche la sua azione deve essere a sua volta «immagine» dell’azione di Dio. Proprio qui, nell’essere «a immagine e somiglianza di Dio», sta la capacità e la possibilità dell’incontro dell’umano con l’animale, non solo con l’animale con cui l’uomo condivide lo spazio, ma anche con l’animale che è in ogni uomo, con l’animalità che è nella nostra umanità.

Quando Dio crea l’uomo a sua immagine e somiglianza è detto che «lo crea maschio e femmina (zakar u-neqevà)» (Genesi, 1,27), cioè lo crea come gli animali, separati dalla polarità «maschio» – «femmina». C’è animalità nell’umanità a partire dalla condizione sessuata, ma c’è animalità anche nel sentire, nel comportarsi degli umani. In Adamo ed Eva c’è una seducente tentazione che si insinua in loro come un serpente (cfr.Genesi, 3, 1-13). In Caino c’è una bestia accovacciata alla porta del suo cuore, la gelosia assassina: se questa animalità non è ordinata, disciplinata, governata, essa si traduce in omicidio del fratello. Qualcosa di inumano, di bestiale appare e si impone proprio perché Caino non ha saputo umanizzare l’inumano, l’animale che era in lui (cfr. Genesi, 4, 7 sg). L’uomo deve essere pastore nei confronti delle bestie, così come deve esserlo verso la sua animalità interiore. Se, al contrario, obbedisce all’animalità che lo abita, non compie la missione di governare e regnare sugli animali ricevuta da Dio: invece di governarli li imita, li prende come modello e finisce per essere a loro immagine, non più a immagine di Dio!

È significativo che in questo rapporto tra umani e animali il cibo sia per l’uomo cibo vegetale, perché all’uomo in origine non è permesso di mangiare esseri viventi. Non si dimentichi che Gesù, vinta ogni tentazione in rapporto a se stesso, agli altri e al mondo, «sta in compagnia di bestie selvagge e gli angeli lo servono» (cfr. Marco, 1, 13). È l’uomo vincitore sull’animalità che è in lui e che può vivere riconciliato con le bestie, vero uomo a immagine di Dio. Come San Francesco con un lupo, San Girolamo con un leone, San Benedetto con un corvo…

IVANO DIONIGI: «VIENE DA LONTANO IL CONFINE TRA CANE E PADRONE»
L’liade, il primo poema della nostra memoria individuale e collettiva, inizia con un’immagine che vuole esprimere il massimo dell’orrore e il massimo dello scandalo: gli uomini «pasto» degli animali, «pasto» (daita, con la lezione di Zenodoto) e «bottino» (heloria) di cani e uccelli. È una sorta di «mondo alla rovescia» per i grandi divoratori di carne animale che sono gli eroi omerici, dove 1’ordine del cosmo pare fermamente gerarchico, centrato sull’uomo che subordina l’animale.

Eppure, fin da Omero, la dicotomia «uomini» /«animali» è tutt’altro che rigida e mostra anzi una forte «permeabilità» che insidia, ab origine, l’antropocentrismo classico. Di qui la domanda: cosa ci dicono le tendenze, consce o inconsce, esplicite o implicite, avverse all’antropocentrismo, vale a dire a quella visione che afferma la centralità, il primato, l’eccellenza dell’uomo? Quelle tendenze, quelle «correnti carsiche» del pensiero antico, ci interessano per puro «animalismo» o riconosciamo, qui, un problema e un bisogno più fondamentale?

Perché l’«animale politico», l’uomo, cerca negli «animali», nel «non umano», le immagini per parlare di sé e del proprio mondo sociale? E sullo sfondo la domanda delle domande: è vero che politico è l’uomo e impolitici gli animali? Potrei tentare di rispondere, citando Claude Lévi Strauss: «si è cominciato con il recidere l’uomo dalla natura […] separare radicalmente l’umanità dall’animalità […]; la stessa frontiera, costantemente spostata indietro, [è] servita a escludere dagli uomini altri uomini, e a rivendicare, a beneficio di minoranze sempre più ristrette, il privilegio di un umanismo nato corrotto». Ovvero: «l’unica speranza, per ognuno di noi, di non essere trattato da bestia dai suoi simili, sta nel fatto che tutti i suoi simili, e lui per primo, si colgano immediatamente come esseri sofferenti».
Oppure, potrei rispondere con un testo più antico. A ben vedere, la «morale» enunciata da un grande antropologo del Novecento è la stessa che già anima il famoso corale dell’Antigone che tanto ha incantato filosofi e filologi del nostro tempo (cfr. pp. 124-126): l’uomo è il deinotaton, l’essere più «tremendo» e «stupendo», perché è domatore delle belve brade, sovrano della natura e padrone della techne, ma soggetto, come e più di ogni altra specie, al fallimento e alla morte;