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Fattore k e Covid-19, la cosa più importante è riuscire ad individuare i “super diffusori”

Ormai è chiara una caratteristica fondamentale del coronavirus: poche ne persone ne contagiano tantissime. Questo cambia il modo di tracciare le vittime del virus

Contagiati, ricoverati, morti. Tasso di positività e tasso di riproduzione del virus (Ro, erre con zero), che sta a indicare la riproduzione di base del virus: se per esempio un malato infetto ha contagiato altre due persone, l’Ro è pari a 2. Con i bollettini quotidiani sul Covid-19 siamo ormai abituati e ricevere una pioggia di dati relativi a questi parametri.

FATTORE K E COVID

Ma più gli scienziati riescono a esplorare una malattia che al momento della sua apparizione era assolutamente oscura, e più ci si convince che l’elemento determinante nella trasmissione del Covid-19 sia un altro. Il fattore K. Talmente importante da essere quello decisivo nelle scelte per la prevenzione e il contrasto al diffondersi della pandemia.

CHE COS’È IL FATTORE K

La ricerca degli scienziati è partita da una considerazione misurata sul campo, dalle statistiche sulla diffusione del Covid-19 e dall’altissima concentrazione dei contagi in alcune aree. Ed è proprio il fattore k che, misurando la dispersione del virus, stabilisce come si diffonde. Mano a mano che la raccolta dei dati epidemiologici è aumentata, è stato possibile stabilire che il virus del Covid-19, il Sars-Cov, analogamente al suo predecessore, che scatenò l’epidemia di Sars del 2003, si trasmette per super-diffusione. Poche persone che ne infettano molte altre, tutte insieme. Grandi raffiche di micidiali agenti patogeni.

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IMPATTO DEL FATTORE K

L’impatto del fattore k è devastante. Da diverse ricerche si arriva alla stessa conclusione, e cioè che dal 10 al 20 per cento delle persone infette dipendono l’80-90 per cento dei contagi. Al contrario, la stragrande maggioranza degli infettati trasmette pochissimo virus. I casi come quella della Lombardia, e in particolare della provincia di Bergamo, nella prima fase della pandemia, sono paradigmatici dell’importanza del fattore k. E uno studio di recente pubblicazione ha dimostrato che a Hong Kong, dove i test sono stati molto curati, penetranti e tracciati, il 19 per cento dei casi di malati di Covid-19 era responsabile della trasmissione del virus. Al contrario, il 69 per cento dei contagiati non avevano trasmesso il virus neanche a una persona.

I SUPERDIFFUSORI DI COVID 19

Non esiste ancora una classificazione precisa dei “super diffusori “del virus sars-covid. Né conosciamo tutti i fattori che incidono sul fattore k. Ma siamo in grado di identificare le condizioni che portano alla dispersone potenziata del virus. In particolare: il contatto prolungato, la scarsa ventilazione, l’affollamento, la mancanza di mascherine in un ambiente molto frequentato. E già queste sono ottime piste da seguire lungo il complesso e articolato percorso della prevenzione. C’è poi un altro elemento che diventa determinante da mettere a fuoco, una volta stabilita la centralità del fattore k: come procedere al tracciamento dei contatti.

Finora il contagiato, una volta individuato, diventa oggetto di una serie di indagini per capire chi può essere la vittima successiva del virus, entrata in contatto con lui. Il fattore k rovescia il tavolo, e in molti casi induce a seguire una strada opposta: ovvero andare all’indietro, e individuare chi ha contagiato la vittima del Covid-19, per capire se e come è stata infettata da qualcuno che ha messo ko anche altre persone. Cioè da un “super diffusore” del virus, i cluster che provocano tanti danni.

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TEST RAPIDI E COVID-19

Un altro effetto molto importante dell’avere messo al centro del coronavirus i “super diffusori” e il fattore k riguarda i test da fare. La scelta delle autorità sanitarie, in quasi tutto il mondo, è stata quella di puntare a test molecolari: richiedono più tempo, maggiore impiego di risorse umane, ma sono estremamente precisi.  Un contagiato non sfugge al test molecolare. Ma siamo sicuri che sia questo il sistema migliore per individuare ciò che si sta cercando, ovvero i cluster della diffusione del virus?

In realtà i test salivari, rapidi ed economici, pur scontando un deficit di precisione, sono preziosi nel caso di una pandemia sovra-dispersa, come quella del Covid-19. Questi test, che tra l’altro si possono fare al di fuori delle strutture sanitarie, schiacciate dal peso della pandemia, sono efficacissimi per lo scopo: in poche ore ci si potrebbe trovare di fronte ad alcuni positivi, ed è molto probabile che si tratti di “super diffusori”, quelli che bisogna individuare per spezzare la catena.

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COVID-19 E GIAPPONE

In un reportage molto documentato, l’Atlantic racconta la storia del paese che ha seguito una strategia concentrata sul fattore k e sulla super diffusione: il Giappone. Una scelta molto diversa rispetto a quella dei paesi occidentali. Racconta Hitoshi Oshitani, della task force del ministero della Salute giapponese: «Immaginiamo di guardare la foto di una foresta. Noi abbiamo scelto di vedere gli alberi nel loro complesso e non come singoli elementi; i paesi occidentali invece si sono fatti distrarre dai singoli alberi e non hanno visto la foresta».

Così il Giappone, che non ha mai fatto test di massa e non è mai finito completamente in lockdown, ha adottato l’approccio dei focolai, andando alla ricerca dei “super diffusori” più che dei contagiati in generale. Perfino le azioni di contenimento dei contatti sono state molto mirate: lezioni a scuola in presenza con alta ventilazione; consigli a una popolazione disciplinata di evitare ambienti chiusi e affollati; chiusure di locali, come teatri e luoghi per la musica, sulla base della situazione. Non escludendo repentini aggiustamenti. Gli stadi, per esempio, sono stati chiusi e poi riaperti, con il divieto di intonare slogan. Al momento, guardando al numero delle vittime e all’altissima età media della popolazione, la strategia giapponese sembra funzionare. E fa riflettere le autorità sanitarie di tutto il mondo su un punto: l’importanza di capire come, quando e per quali motivi si sono verificati casi di “super diffusori”. Una scoperta che può essere determinante nella battaglia contro il Covid-19.

(Immagine di copertina: Circlephoto/Shutterstock.com)

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