Abbiamo un brutto vizio: mentire al medico che dovrebbe curarci. E facciamo danni innanzitutto alla nostra salute. Uno studio del 2018 di un gruppo di ricercatori della University of Utah Health, pubblicato su JAMA Network Open, (dal titolo “Prevalence of and Factors Associated With Patient Nondisclosure of Medically Relevant Information to Clinicians”), su un campione di 5mila partecipanti, ha dimostrato che circa l’80% dei pazienti non dice la verità al proprio dottore. I temi su cui si mente di più, secondo il team di ricerca, sono soprattutto quelli legati all’alimentazione e l’attività fisica. Tra i pazienti più giovani, la percentuale sale persino a uno su due, con l’aggravante della consapevolezza di fare qualcosa di dannoso per la propria salute.
Spesso, poi, si omette di comunicare al medico curante il disappunto su farmaci che ci sono stati prescritti o la nostra perplessità sulle controindicazioni (per poi, appunto, smettere di assumerlo) oppure la scarsa comprensione delle indicazioni terapeutiche o la posologia di un medicamento.
Lo studio sottolineava anche un aspetto importante: molte persone non mentono per manipolare il medico, ma per proteggere la propria immagine o evitare disagio emotivo. Tuttavia, queste omissioni portano tutte nella stessa direzione: uno spreco della salute. In quanto compromettono alla radice diagnosi e cure corrette.
Partendo dallo studio americano, la ricerca ha approfondito a 360 gradi le motivazioni delle bugie. Le persone mentono al medico più spesso di quanto si pensi, di solito non per “ingannare”, ma per motivi psicologici molto umani. Gli studi mostrano alcune cause ricorrenti:
- Vergogna o imbarazzo
Su alcol, fumo, droghe, sessualità, peso, salute mentale o aderenza alle cure. Molti vogliono evitare di sentirsi giudicati. - Paura delle conseguenze
Alcuni temono diagnosi serie, esami invasivi, restrizioni (es. patente, sport, lavoro) o cambiamenti nello stile di vita. - Desiderio di apparire “bravi pazienti”
È comune dire “sì, prendo sempre le medicine” o “mangio bene” anche quando non è vero. Si chiama social desirability bias: tendiamo a presentarci meglio. - Mancanza di fiducia o di tempo
Se la visita sembra frettolosa o impersonale, il paziente può trattenere informazioni importanti. - Negazione
A volte la persona non vuole ammettere nemmeno a sé stessa un problema, quindi minimizza anche col medico. - Memoria imprecisa
Non tutte le “bugie” sono intenzionali: spesso le persone ricordano male sintomi, quantità o date.
A queste motivazioni bisogna aggiungerne altre due, sempre più diffuse: la tendenza a rivolgersi, sia per la diagnosi, sia per la terapia, al Dr. Google o all’Intelligenza artificiale, evitando così il rapporto diretto con il medico.
Con “Dr. Google” si indica proprio questa tendenza a cercare informazioni sanitarie online. Negli ultimi anni l’uso è aumentato per diversi motivi:
- accesso immediato alle informazioni;
- tempi d’attesa lunghi;
- desiderio di capire meglio la propria condizione;
- maggiore familiarità digitale;
- diffusione di chatbot e IA conversazionali.
Anche l’IA viene sempre più usata per:
- spiegare referti;
- valutare sintomi;
- confrontare opzioni terapeutiche;
- tradurre linguaggio medico complesso;
- ottenere un “secondo parere” informale.
Inutile dire che le notizie raccolte attraverso Google e l’Intelligenza artificiale possono essere utili per informazione generale e orientamento, ma non sostituiscono visita, anamnesi, esame fisico e responsabilità clinica.
Infine, se i pazienti sono poco sinceri, può accadere che anche il medico curante si senta autorizzato a non essere proprio cristallino nell’illustrare la cura o la diagnosi. Uno studio proveniente dagli USA, infatti, ha mostrato che, spesso, anche chi ci cura può avere il naso di Pinocchio. Lo studio, condotto su un campione di oltre 1800 specialisti, ha rivelato che più della metà aveva dato al proprio assistito una prognosi più ottimista di quanto non fosse in realtà, circa il 20% ha ammesso di aver taciuto al paziente di aver sbagliato diagnosi, per paura di incorrere in azioni legali. E, uno su dieci, ha detto di aver raccontato, nel corso di un anno, almeno una bugia a chi sta curando.
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