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Certezza della pena, le borseggiatrici seriali come i topi di appartamento non pagano mai pegno. E intanto le nostre carceri scoppiano di detenuti (foto e video)

I furti impuniti nel metrò. Bande di ragazze rom, agli ordini di chi le sfrutta, hanno collaudato una bella scappatoia: si dichiarano incinte e se la cavano. Mentre le celle italiane sono affollate di uomini e donne trattati peggio delle bestie

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CERTEZZA DELLA PENA

Odio il carcere. Mi fa orrore solo l’idea che qualcuno possa passare anche un solo minuto chiuso in una cella, gettando nel fango e nella solitudine la sua vita. Sprecandola. Ma sono ogni giorno più sconcertato di quanto in Italia i furti, direi quasi tutti i tipi di furto, restano puntualmente impuniti.

L’ultimo capitolo di questo lungo libro di ingiustizie (se uno ruba e non paga pegno, è un’ingiustizia nei confronti di chi è onesto e innanzitutto di ha subìto il furto) è la storia delle borseggiatrici seriali. Bande sparse in tutta Italia, da Milano a Palermo, da Roma a Venezia, da Firenze a Napoli, formate da ragazze, abilissime borseggiatrici in metrò, sugli autobus, nei tram. Tutte protette da una specie di salvacondotto, ovvero un articolo del codice penale (numero 146) che pure ha una sua logica nel difendere donne particolarmente disperate nella loro colpevolezza: le pene per le donne incinte, o per le madri di figli fino a un anno, vengono comunque sospese.

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BORSEGGIATRICI SERIALI EVITANO IL CARCERE CON LA GRAVIDANZA

Poiché in Italia siamo maestri nel fare una legge e trovare l’inganno, in questo girone molto speciale dei furti mai puniti, si sono piazzati, tipo guardiani del bottino, i clan dei rom che sfruttano le ragazze, impongono la loro gravidanza (magari ci pensano loro stessi, i papponi di turno, a ingravidarle) e le mandano in giro a fare borseggi. Se per caso, come è accaduto a una borseggiatrice bosniaca, la malandrina rom viene colta in flagrante nella metropolitana di Milano (storia vera, raccontata da Gianni Santucci sul Corriere della Sera), allora lei non alza le mani in segno di resa, ma sfida con sfacciataggine le forze dell’ordine, i servitori dello Stato al servizio di noi cittadini.

FURTI IN METRO

La borseggiatrice, fatto realmente accaduto, apre la borsa e tira fuori un certificato medico, dal quale risulta la sua gravidanza. È incinta, al quarto mese, c’è l’articolo 146 del codice penale e nessuno può farle scontare qualcosa per il reato commesso. Tantomeno nessuno può arrivare, attraverso di lei, ai veri capi di queste bande di borseggiatrici seriali. Delinquenti incalliti, magnacci, ovviamente maschi.

Nel video, un gruppo di giovani borseggiatrici riprese dalle telecamere di sorveglianza all’interno di un ascensore della metropolitana di Roma, mentre derubano un ignaro turista: 

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CERTEZZA DELLA PENA IN ITALIA

Vi ho raccontato la storia delle borseggiatrici seriali, ma posso ricordarvi che su questo sito abbiamo denunciato a chiare lettere il fatto che in Italia, e sono statistiche ufficiali, il 97 per cento dei furti restano impuniti. In media, bar e negozi subiscono 14 rapine al giorno. Si contano, sempre in Italia, la bellezza di 370 furti di appartamenti ogni 100mila abitanti.

La sicurezza, in un paese con queste statistiche, è un optional, una possibilità talvolta perfino remota. Eppure la sicurezza, oltre a non avere alcun colore politico ed essere un bene assoluto di tutti noi cittadini, è la prima preoccupazione di uomini e donne delle società occidentali, Italia compresa. La sicurezza, che poi si abbina con l’altra grande paura che cova nelle società del capitalismo ingiusto e squilibrato, ovvero la paura di scendere, invece di salire, con l’ascensore sociale. Un paese insicuro, come un mondo insicuro, non potranno mai essere sostenibili, sul piano dello sviluppo economico e sociale.

SOVRAFFOLLAMENTO CARCERI

Dunque, possiamo dire con matematica certezza, e scusate il gioco di parole, che in Italia la certezza della pena oltre che un optional è ormai un fantasma che aleggia sulle nostre teste, e talvolta nella nostra rabbia compulsiva e nel rancore che coviamo nei nostri cuori di cittadini. Ma c’è anche, a peggiorare il tutto ed a trascinarci davvero nel baratro di un paese impazzito come la maionese immangiabile, l’altro lato della medaglia. Abbiamo un’emergenza nelle carceri della quale dobbiamo solo vergognarci. Uno schifo assoluto, e un altro modo per sprecare vite umane: le nostre galere sono troppo affollate, e i detenuti aumentano, mentre, sono sempre le statistiche a dirlo, diminuiscono i furti (tutti impuniti). Siamo arrivati a oltre 60mila detenuti nelle carceri che scoppiano, a fronte di una riduzione dei reati da galera di quasi il 10 per cento in un solo anno. Il povero Marco Pannella, e lo voglio ricordare per dovere di memoria storica, ha speso una vita battendosi contro questa vergogna.

EMERGENZA CARCERI IN ITALIA

Quando parlo di “stato di emergenza” nelle carceri, non vorrei essere frainteso: è una definizione letterale, firmata dal governo che guidava l’Italia già nel lontano 2010. E da allora i detenuti, come abbiamo visto, sono aumentati, non diminuiti. In queste carceri dove la dignità della persona umana viene calpestata, dove la vita di ciascun colpevole, finisce per valere meno di zero, c’è uno speciale girone dell’inferno dantesco popolato di persone che scontano la loro pena stipate nelle celle come bestie da macello. E mentre nel caso delle bande di borseggiatrici incinte la legge diventa un cavillo, una scappatoia, o se volete un salvacondotto, per essere sempre e comunque impuniti, nel fenomeno speculare delle carceri troppo affollate, assistiamo a un modo con il quale legge viene calpestata. E quale legge, nientemeno che la Carta Costituzionale, la legge suprema, che all’articolo 27 ci ricorda che in Italia, la culla del diritto dall’epoca greca e romana, il “recupero sociale del condannato” deve essere una bussola per chiunque lavora e opera nel campo della giustizia e della sicurezza. Ma purtroppo in Italia, tirando le somme, abbiamo poca sicurezza e poca giustizia.

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PERCHÉ IN ITALIA NON C’È CERTEZZA DELLA PENA

L’azzeramento della certezza della pena in Italia non è, purtroppo, un fenomeno contingente, un nuovo problema maturato in un particolare momento storico e recentemente. Al contrario, si tratta di un buco nero nel nostro sistema giudiziario e sociale (in quanto poi alimenta rabbia e rancore), con radici lunghe, spalmate in diversi livelli di responsabilità, comprese quelle di qualche magistrato troppo indulgente magari solo per pigrizia professionale. Insomma: nel nostro paese non c’è certezza della pena da molto, troppo tempo. E non bisogna sentirsi dei colpevolisti a oltranza, dei giustizieri della notte o dei giustizialisti nell’affermare questa semplice quanto drammatica verità: a parlare, ancora una volta, sono i numeri, quelli attendibili e certificati. Come per esempio alcuni dati dell’indagine di Eures, Istituto di ricerche economiche e sociali, sulla quantità e qualità delle condanne, le pene comminate e la loro effettiva espiazione. In particolare, dall’indagine è emerso che, negli ultimi 10 anni, sono circa 850mila gli anni di detenzione inflitti e non scontati in carcere. Calcolando la media degli anni di reclusione comminati, sempre nel corso degli ultimi 10 anni, risulta un indice di applicazione della pena distante dalle massime punizioni previste dal codice penale per i singoli reati. A partire dal 1995 è aumentato, inoltre, il numero dei condannati con precedenti penali: rappresentano il 62 per cento del totale. Un dato che mette in risalto quanto sia necessario investire maggiormente in attività di rieducazione e recupero.

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