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Nadia Murad, da schiava sessuale dei miliziani dell’Isis a paladina dei diritti delle donne. La storia del premio Nobel per la pace 2018

Insignita dell’onorificenza insieme al medico congolese Denis Mukwege è stata scelta per lo straordinario impegno messo in campo “per mettere fine alle violenze sessuali nei conflitti armati e nelle guerre”

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NADIA MURAD NOBEL

Nadia Murad ha 25 anni ma nelle sua breve vita è stata costretta a scendere all’inferno. Nel 2014, quando aveva solo 21 anni, e sognava ancora un futuro luminoso e sereno, i miliziani dell’Isis sono arrivati a Kocho, il villaggio dove abitava nell’Iraq settentrionale, hanno ucciso gli uomini, fatto scomparire le donne anziane e rapito lei con altre ragazze e bambini. Da allora è diventata una schiava sessuale dei miliziani che per tre mesi l’hanno umiliata, brutalizzata e stuprata. Un’agonia dalla quale, però, Nadia è riuscita miracolosamente a fuggire, evitando la morte che invece è toccata a tante ragazze come lei. Da quel momento ha deciso di battersi con tutte le sue forze per chi non ce l’ha fatta attraverso la forza rivoluzionaria della testimonianza. Pochi mesi dopo aver riconquistato la libertà, infatti, ha cominciato a raccontare al mondo le sofferenze subite della sua comunità, gli yazidi, per mano del Califfato e l’orrore dello stupro come arma di guerra. Proprio per questo impegno, il 5 ottobre, si è meritata, insieme al medico congolese Denis Mukwege, il premio Nobel per la pace 2018.

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PREMIO NOBEL PER LA PACE

Il Comitato per il Nobel norvegese ha giustificato l’onorificenza riconoscendo a Murad e Mukwege uno straordinario impegno  “per mettere fine alle violenze sessuali nei conflitti armati e nelle guerre”.  Missione che la 25enne yazida continua a portare avanti da diversi anni e che è raccontata in maniera cruda e senza filtri nell’autobiografia ‘L’Ultima ragazza’ (pubblicata da Mondadori). Nel libro, che vanta anche la prefazione del suo avvocato Amal Alamuddin Clooney, Nadia ha scelto, infatti, di riportare tutto, senza omettere nulla di ciò che ha subito, affinché il mondo possa sapere quali rischi corrono milioni di donne che vivono in zone di guerra.

All’interno dell’autobiografia, si possono leggere righe che sono un vero e proprio pugno nello stomaco, e che fotografano bene la disperazione di una ragazza che più volte, in quei lunghi mesi di prigionia, si è augurata la morte, considerata l’unica possibilità di salvezza. “A un certo punto – scrive nel libro – non resta altro che gli stupri. Diventano la tua normalità. Non sai chi sarà il prossimo ad aprire la porta per abusare di te, sai solo che succederà e che domani potrebbe essere peggio”.

SCHIAVISMO SESSUALE

Da questo inferno però un giorno, quasi per miracolo, è riuscita a fuggire: il suo carceriere per disattenzione non ha chiuso a chiave la porta della casa di Mosul in cui era prigioniera, così ha colto l’occasione ed è fuggita, trovando in sé un insperato coraggio che le ha permesso di salvarsi la vita e di ricongiungersi con quello che resta della sua famiglia. Oggi la giovane yazida, grazie al suo immenso coraggio, è diventata “ambasciatrice di buona volontà” delle Nazioni Unite e ha vinto diversi primi, tra cui il Sakharov per la libertà di pensiero 2016 e il riconoscimento di Donna dell’anno, sempre nel 2016. Un impegno che continua a portare avanti, accendendo la luce sul genocidio della sua gente e su tremila ragazze che come lei, a partire dal 2014, sono state vittime di stupri e altri abusi compiuti dai miliziani dell’Isis. Proprio a queste donne e alle innumerevoli vittime della violenza sessuale in giro per il mondo, Nadia ha voluto dedicare il premio Nobel, nella speranza che certi crimini possano essere estirpati per sempre.

La foto è tratta dalla pagina facebook di Nadia Murad.

STORIE DI DONNE CORAGGIOSE