Botanico del marciapiede | Non sprecare
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Alberto D’Amico, il “botanico del marciapiede” che, attraverso i suoi scatti, regala ai rifiuti una nuova vita artistica

Carte, foglie, petali, tappi di plastica, pezzetti di vetri: attraverso la sua macchina fotografica, Alberto D'Amico offre agli scarti una seconda opportunità. Un ottimo suggerimento anche per esercitare lo sguardo in maniera creativa

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BOTANICO DEL MARCIAPIEDE

Recuperare gli scarti della città e della natura, dalle carte gettate a terra ai pezzetti di vetro fino ai grumi di cemento ma anche foglie, fiori e piume, e dare loro una nuova vita, artistica. Così, come il flâneur che, ne La Parigi del secondo Impero secondo Baudelaire e nel Passagenwerk di Walter Benjamin “erbora sull’asfalto” come un “botanico del marciapiede”, ossia vaga per le vie e le piazze lasciandosi attrarre da tutto ciò che compare davanti ai suoi occhi e colpisce i suoi sensi, allo stesso modo Alberto D’Amico gironzola per la città e la scruta alla ricerca di qualcosa che è depositato, a volte spiaccicato, al suolo.

Succede così che scarti come petali sgualciti, un frammento di un pacchetto di sigarette, un tappo di plastica, ma anche anfratti, cavità, interstizi e fori dell’asfalto, innescano nella mente dell’artista una serie di meccanismi che mettono in scena altre storie fino a trasformarsi in animali reali e fantastici, figurini settecenteschi, protagonisti di melodrammi e opere liriche, volti deformati, indumenti, parti anatomiche e schermi.

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 ALBERTO D’AMICO

Videomaker con una laurea in Filosofia e direttore dello spazio culturale Studio Campo Boario da lui fondato nel 1991, un luogo di incontro e scambio tra diverse discipline, dall’architettura al teatro, dal cinema alla musica, Alberto D’Amico, come un flâneur contemporaneo, riserva un interesse particolare al marciapiede come soggetto e luogo di azione dell’artista.

Come un vero e proprio “botanico del marciapiede”, D’Amico non si accontenta mai di cercare, immaginare, catturare e scovare nuove suggestioni. La sua ricerca è quotidiana e continua, senza fine. Non appena il suo sguardo e la sua mente individuano il soggetto ideale, tira fuori il suo smartphone e scatta.

Non è una macchina fotografica professionale ma è lo smartphone lo strumento ideale del flâneur contemporaneo. E la casualità dell’incontro e il dilettantismo della ripresa gli elementi chiave alla base del suo lavoro.

Le vere prede dell’artista sono quindi le sue fantasmagorie mentre il marciapiede si configura come il piano di proiezione delle stesse. Un modo per nobilitare ed offrire una seconda opportunità al rifiuto, allo scarto, attraverso il gioco, la fantasia, l’immaginazione e l’ironia.

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FLÂNEUR CONTEMPORANEO

Un ottimo suggerimento anche per esercitare lo sguardo in maniera creativa e un modo di intendere l’immagine che colloca pienamente Alberto D’Amico nella tradizione della fotografia di strada e di marciapiede, di scarti naturali e artificiali e di immagini evocate, di opere d’arte inconsapevoli, un filone che va da Eugène Atget a László Moholy-Nagy, da Brassaï agli anonimi collaboratori della rivista Documents orbitante intorno a Georges Bataille negli anni del Surrealismo.

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