Ambiente ko a Durban: non ci sono né i soldi né l'intesa politica per riscrivere il protocollo di Kyoto | Non Sprecare
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Ambiente ko a Durban: non ci sono né i soldi né l’intesa politica per riscrivere il protocollo di Kyoto

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Massimo Gaggi

La Cina rifiuta di sottoscrivere accordi vincolanti per il contenimento delle sue emissioni di gas serra e per il passaggio dai combustibili fossili allo sviluppo delle energie alternative. Ma, intanto, investe quasi 250 miliardi di dollari nell’energia solare e in quella eolica: sette dei dieci maggiori produttori mondiali di pannelli fotovoltaici e due dei tre leader nel campo delle turbine eoliche sono, ormai, aziende cinesi.

Più che ai negoziati iniziati l’altro ieri alla conferenza di Durban sull’ambiente, chi spera in un futuro più sostenibile per quanto riguarda inquinamento e riscaldamento dell’atmosfera, d’ora in poi farà bene ad analizzare le convenienze economiche, più che la volontà politica dei principali attori delle varie conferenze sul clima.

L’era della buona volontà, degli impegni responsabili, dell’Occidente ricco che si assume le maggiori responsabilità per il disinquinamento, è tramontata: demolita da una crisi economica che ha trasformato le democrazie «affluenti» in Paesi impoveriti, indebitati e assediati dalle nuove potenze emergenti. Governi quasi ovunque indeboliti si preoccupano inevitabilmente più della loro sopravvivenza di breve periodo che di strategie, come quelle ambientali, che pagano solo nel lunghissimo termine.

Negli Stati Uniti la parabola di Barack Obama è, da questo punto di vista, illuminante. Il presidente, che, pure, nel 2008 condusse una campagna elettorale da leader impegnato a contrastare i cambiamenti climatici, prima ha archiviato meccanismi come il cap and trade (la compravendita di diritti a emettere anidride carbonica) per le emissioni di gas serra prendendo atto dei loro costi eccessivi per le imprese e dell’opposizione che montava, oltre che tra i repubblicani, nelle file del suo stesso partito. Successivamente il presidente ha dovuto accantonare (almeno fino alle elezioni del novembre 2012) anche ogni ipotesi di carbon tax, vista l’allergia dell’elettorato americano alla parola «tassa», comunque declinata.

Il tramonto dell’impegno politico dei governi ha il suo profilo concreto nell’esaurimento del Protocollo di Kyoto. L’unico accordo vincolante sottoscritto dalla comunità internazionale (ma non dagli Usa) dopo 7 anni di tortuosissime trattative, è ormai prossimo al capolinea.

E il bilancio non è esaltante: dal Canada al Giappone, molti dei Paesi che avevano accettato i vincoli del trattato assoggettandosi alla disciplina del cosiddetto cap and trade, sono lontani dal raggiungere gli obiettivi fissati quasi dieci anni fa. Nel frattempo, poi, la rapidissima crescita di nuove potenze come Cina e India (divenute rispettivamente il primo e il quarto produttore mondiale di gas serra) ha reso non più riproponibile l’esenzione di questi Paesi – che continuano a considerarsi «in via di sviluppo» – dal rispetto dei vincoli comuni.

Così stando le cose quando, a fine 2012, il Protocollo arriverà alla sua scadenza decennale, quasi certamente non verrà rinnovato. Perfino l’Europa, unico vero pilastro di Kyoto, pur ribadendo la sua fedeltà alla logica del Protocollo, ha già detto che non si vincolerà ad altri accordi, se gli altri grandi attori mondiali non faranno altrettanto. E col governo sudafricano, organizzatore della conferenza, che tratta quasi da sabotatori tutti coloro che propongono la sottoscrizione di nuovi trattati, il summit di Durban si trasforma in una sorta di super convegno sulle rive dell’oceano. Del resto, dopo il fallimento della conferenza di Copenhagen del 2009, già il vertice di Cancun dell’anno scorso fu un foro di approfondimenti e ripresa del dialogo, con pochi progressi e il rinvio di tutti i problemi cruciali.

In attesa di individuare meccanismi capaci di coagulare volontà politiche comuni dei principali attori mondiali, non resta che sperare nell’innovazione tecnologica e nella capacità delle industrie di trasformare le energie rinnovabili in un formidabile business. È la strada scelta dalla Cina – che però ora comincia a scontare anche qui l’effetto di un certo surriscaldamento finanziario – e anche quella che aveva imboccato lo stesso Obama quando, investendo nella rete elettrica e fornendo incentivi per le energie alternative, aveva cercato simultaneamente di aiutare l’ambiente e di creare nuovi posti di lavoro.

Una politica che aveva alimentato speranze cresciute negli anni scorsi man mano che la Silicon Valley delle tecnologie digitali cercava di trasformarsi anche nella green valley dell’eolico, del sole delle nuove batterie. Ma, dal flop dei biocarburanti allo scandalo Solyndra (il crac di un gigante dei pannelli solari fortemente spinto e sussidiato dalla Casa Bianca), gli incidenti di percorso di questa politica si sono moltiplicati. Intanto tecnologie come quelle per il recupero dello shale gas – lo sfruttamento di giacimenti profondi con nuove tecniche di estrazione – hanno spinto pragmaticamente Obama a spostare l’attenzione dell’America dalla battaglia contro il CO2 alla conquista dell’indipendenza energetica. Da conseguire, ancora una volta, grazie ai vecchi combustibili fossili, vitali per gli Usa e, in particolare, per l’economia di molti Stati a maggioranza democratica, decisivi per la rielezione del presidente.

Il leader democratico non ama l’industria petrolifera, ma non può ignorare che negli ultimi anni questo è stato uno dei pochi settori industriali in espansione: quello che ha contribuito per un quinto alla crescita dei posti di lavoro del settore privato negli anni della sua presidenza.

 

 

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