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Le imprese inquinano, e le famiglie pagano. I conti delle tasse ambientali non tornano

Dei 53,1 miliardi versati all’erario per attività che producono danni ambientali, più della metà arrivano dalle famiglie. Ma non sono loro la principale fonte di inquinamento. E solo l’1 per cento di questi soldi viene poi speso per migliorare l’ambiente

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TASSE AMBIENTALI PER IMPRESE

Chi inquina di più, lo sappiamo. Ma fino a poco tempo fa non sapevamo chi paga più tasse ambientali, e adesso grazie a uno studio molto approfondito dell’Ufficio Studi del Senato, abbiamo una risposta: le famiglie. Come al solito, la piramide è rovesciata rispetto non tanto alla legge quanto al buonsenso ed a un minimo di giustizia sociale.

Nella classifica degli inquinatori, infatti, ci sono ai primi posti le imprese sia industriali sia agricole. Cose ovvie, se volete, considerando il tipo di attività che svolgono e anche la scarsa modernizzazione di molti impianti, specie in agricoltura. Le famiglie vengono solo al terzo posto, in particolare per due voci di spese che hanno effetto sui vari tipo di inquinamento (c’è anche quello acustico): la mobilità, e dunque le auto, e gli impianti di riscaldamento e per l’aria condizionata.

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TASSAZIONE AMBIENTALE IN ITALIA

A fronte di questi danni collettivi, ci sono poi le entrate dell’erario da attività che producono danni ambientali. La cifra non è di poco conto, siamo a 53,1 miliardi di euro. Ma chi paga questo conto? La quota maggiore (28,2 miliardi di euro) la pagano le famiglie, poi ci sono le imprese industriali e infine quelle agricole. Esattamente il rovescio rispetto alla elementare regola del “chi più inquina, più paga”. L’agricoltura paga solo il 6,6 per cento (750 milioni di euro) rispetto al danno provocato (10,9 miliardi di euro), mentre le famiglie hanno un conto pari al 70 per cento in più in termini di tasse versate, rispetto all’inquinamento prodotto.

Lo studio del Senato presenta un altro dato interessante per capire quale sia la reale sensibilità politica sui temi dell’ambiente: soltanto l’uno per cento dei 53,1 miliardi che lo Stato incassa per tasse ambientali viene poi investito e utilizzato per migliorare l’ambiente. Dunque, l’inquinamento per lo Stato italiano è come la tassa sulla benzina: un bancomat per fare cassa.

IMPOSTA AMBIENTALE

Alessandro Molocchi, curatore dello studio, presenta alcune proposte per riequilibrare la politica fiscale ambientale, senza appesantirla di nuove tasse. Ne cito tre che mi sembrano molto interessanti. La prima: gli automobilisti (che oggi pagano il 10 per cento di tutte le tasse ambientali) dovrebbero versare le loro quote non in base alla cilindrate delle auto, ma ai chilometri percorsi. La seconda: cancellare le esenzioni, e non sono poche, sul combustibile per il settore del trasporto e le agevolazioni Iva sui prodotti inquinanti. Magari le risorse qui recuperate potrebbero essere destinate ad abbattere il costo del lavoro, quindi a vantaggio di tutte le imprese. Infine: la carbon tax, che dovrebbe ispirarsi proprio al principio Chi più inquina, più paga. Una regola che in Italia, zitti zitti, abbiamo stracciato.

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