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Wadi: il dispositivo che purifica l’acqua con i raggi del sole

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La scarsità di acqua potabile è una piaga che affligge da secoli alcune zone del mondo e che sembra difficilmente risolvibile. Riuscire a raggiungere ogni singola famiglia, nelle zone non urbanizzate, isolate, desertiche, ma anche negli slum e nelle baraccopoli, per assicurarle acqua non contaminata, potrebbe essere considerata un’impresa disperata. La tecnologia Made in Europe offre però, oggi, uno strumento in più, un metodo per disinfettare l’acqua, detto Sodis (sigla di Solar Water Disinfection ), basato sull’azione dei raggi solari, semplice e poco costoso, che da alcuni anni continua ad essere studiato e perfezionato, diventando sempre più efficace.

Questa tecnica, che sfrutta saperi millenari (sembra che il primo esempio di applicazione risalga al 2000 avanti Cristo, in India), fu riscoperta negli anni Ottanta da alcuni scienziati libanesi, e messa a punto, con studi ed esperimenti, dall’Eawag, l’Istituto Federale Svizzero per la Ricerca sulle Acque. Diverse università e istituti di ricerca hanno poi proseguito nel solco di Eawag, concentrandosi sull’azione di additivi a basso costo che, disciolti nell’acqua, ne accelerano il processo di purificazione. L’urgenza di trovare una soluzione definitiva ed efficiente è evidente se si pensa che ogni giorno, nel mondo, più di 4.000 bambini muoiono per aver bevuto acqua contaminata. Tanto da spingere l’Onu a introdurre, tra i Millennium Development Goals, gli obiettivi di sviluppo per il 2015, il dimezzamento della percentuale di popolazione priva di accesso sostenibile all’acqua potabile e agli impianti igienici di base.

Ora dalla collaborazione tra Eawag e la startup viennese Helioz, pare intravedersi una rivoluzionaria novità che potrebbe portare al raggiungimento dell’ambito traguardo. L’azienda austriaca, guidata dal ricercatore Martin Wesian, ha infatti inventato un dispositivo alimentato a energia solare, chiamato Wadi, che si applica al tappo di una comune bottiglia di plastica e misura il tempo necessario di esposizione ai raggi solari perché l’acqua contenuta sia depurata e possa essere ritenuta scientificamente potabile. Le radiazioni UV – curiosità poco nota – portano infatti alla morte dei diversi agenti patogeni all’interno dell’acqua, e la rendono bevibile senza alcuna controindicazione. Il tempo necessario è in media di sei ore, ma dipende dall’intensità dei raggi solari. Il costo del dispositivo è contenuto (meno di 10 dollari), e non c’è bisogno di manutenzione per almeno cinque anni.

La portata dell’innovazione potrebbe essere molto ampia, considerato il numero di persone coinvolte nell’emergenza acqua: «Più di un miliardo di persone non ha accesso all’acqua pulita, e un altro miliardo e mezzo ha solo un accesso limitato all’acqua potabile e sicura. In Africa, Asia e Sud America l’acqua è spesso contaminata dai batteri coliformi, legionella, salmonella e altri patogeni che causano diarrea, poliomelite, colera e molte altre malattie. Secondo le Nazioni Unite, nei Paesi in via di sviluppo l’80% di tutte le malattie deriva dall’acqua da bere insufficiente o contaminata. Più della metà dei letti negli ospedali di queste aree sono occupati da pazienti affetti da malattie causate dalla contaminazione», spiega Wesian, fondatore e CEO di Helioz.

Tecnicamente, «Wadi rileva e calcola i raggi solari UV». Dopo aver confrontato i dati che raccoglie, «indica il tempo ottimale di irradiazione UV necessario per ottenere acqua non contaminata da batteri e virus, situazione indicata da una faccina sorridente».Quando il dispositivo è stato lanciato, circa due anni fa, le reazioni sono state subito positive: «Nel 2010 abbiamo vinto l’Energy Globe Award e abbiamo ricevuto riconoscimenti da ogni parte del mondo. Dopo sono venuti molti altri premi e numerose manifestazioni di interesse. Senza nessuna operazione di marketing, abbiamo trovato più di 40 partner per la distribuzione del prodotto e Ong di tutto il mondo che vogliono diffondere Wadi nei loro Paesi». Tra queste, ci sono anche il movimento Don Bosco e Geza, oltre a tante piccole Ong locali «connesse con le rispettive comunità con cui lavorano. Stiamo cercando anche di stabilire dei rapporti con Ong internazionali e con le organizzazioni delle Nazioni Unite, perché Wadi potrebbe diventare molto importante anche in operazioni di emergenza, come quella ad Haiti».

Helioz è infatti una social enterprise, cioè un particolare tipo di impresa che applica le strategie di business per raggiungere obiettivi di filantropia, con lo scopo principale di «fornire strumenti efficienti e abbordabili per famiglie a basso reddito, organizzazioni umanitarie e di primo soccorso in casi di emergenza, e società di tutto il mondo. L’ambizioso traguardo è di raggiungere con Wadi e altri prodotti salva-vita il gruppo di 4 miliardi di persone, la cosiddetta “base della piramide”», continua Wesian.

A Martin, l’idea è venuta «leggendo un articolo sul settimanale tedesco Spiegel, in cui il fondatore di Sodis, il dottor Wegelin, descriveva i problemi incontrati per diffondere il proprio sistema a livello mondiale: utilizzo non corretto del dispositivo e difficoltà di accettazione da parte della popolazione. Due criticità che sono state risolte con Wadi».
 

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