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Si può fare? Tornare al futuro col sole, col vento

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Come Don Chisciotte. Prima abbiamo scoperto i mulini a vento, poi abbiamo iniziato a combatterli. E ora, sull’onda di Fukushima, ci domandiamo se il vento (e il sole) bastino a scacciare l’incubo nucleare. In fatto di energie rinnovabili, una linea sottile separa in Italia la farsa dalla tragedia. In nessun altro campo il passo dall’entusiasmo al dubbio è stato così breve. «Il governo era partito con un abbozzo di strategia, mettendo in moto le fonti pulite con gli incentivi» osserva il numero uno di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza. «Poi, anziché fissare traguardi precisi (tanti euro, tanti kw da raggiungere), pianificando la riduzione graduale dei fondi al settore, ha tirato il freno a mano, mandando all’aria qualsiasi ipotesi di programmazione e seminando incertezza tra gli operatori».

Energie nuove e politiche vecchie: un binomio che ha già prodotto scempi e malaffare. E il malaffare e gli scempi, si sa, fanno più notizia dei buoni esempi. Così, la centrale eolica italiana più nota non è quella di Tocco da Casauria, il piccolo comune abruzzese premiato da Legambiente, ma il parco Pitagora di Isola Capo Rizzuto, nel Crotonese: il più grande d’Europa, installato, in buona parte, su terreni dei boss Arena da una società partecipata da un nipote, incensurato, del capoclan. Allo stesso modo, tra i pionieri del vento non si ricordano tanto società specializzate, ma pattuglie di «sviluppatori», gli avventurieri che, con piccole società da diecimila euro di capitale, e gli agganci giusti, incassano le licenze per rivenderle alle grandi imprese, ignare (o no) di ereditare i frutti di pratiche «oliate». È in questo scenario che decine di comitati spontanei hanno avuto buon gioco nel sollevare eccezioni legate alla difesa del paesaggio o del territorio. Del resto, le Linee guida per il settore, previste da una legge del 2003 per dare certezza sulle aree compatibili e le procedure, sono state emanate solo a settembre. Nel frattempo, le Regioni hanno proceduto in ordine sparso, alimentando polemiche e conflitti che si sarebbero potuti evitare. Una via razionale e giusta per sostenere l’energia rinnovabile, però, esiste, e passa per un argomento economico.

L’accusa più frequente mossa ai suoi sostenitori è che gli incentivi stanziati per incoraggiarne la produzione sono scaricati sui consumatori. Secondo l’Autorità per l’energia, solo nel 2009 il sostegno statale alle rinnovabili è costato 2,1 miliardi di euro. Vero. Nello stesso anno, però, ci sono costate di più (2,24 miliardi complessivi) altre tre voci. Il nucleare, innanzitutto: l’1,2 per cento della bolletta finanzia la dismissione delle vecchie centrali incluso lo smaltimento delle scorie (una spesa di cui non ci libereremo più, se davvero torneremo a puntare sull’atomo). Quindi, il contributo Cip6, l’incentivo per fonti energetiche «assimilate alle rinnovabili» ma che di fatto non lo sono, trattandosi, in realtà, di scarti industriali riutilizzati come combustibile. Infine, il contributo per la interrompibilità: la somma con cui lo Stato risarcisce centoventi grandi imprese energivore del rischio di uno stop improvviso ordinato per ragioni di pubblico interesse. Solo questa voce, spiegano dall’Aper, l’associazione dei produttori di energia pulite, equivale all’importo che si voleva risparmiare tagliando i sussidi all’eolico.

Al di là delle polemiche sui costi, resta il fatto che l’Italia è il Paese dove gli incentivi per le rinnovabili sono stati, fino al decreto Romani, tra i più generosi d’Europa. Non è un caso se in Calabria ottocento nuove torri eoliche hanno già avuto una preautorizzazione, mentre sono in attesa di risposta altre 250 richieste per 7 mila megawatt complessivi: una potenza pari a quella di sei piccole centrali nucleari. Visto il fiorire di impianti «puliti», ci si aspetterebbe che la quantità di energia fossile prodotta nel frattempo diminuisse. Uno studio di Aper quantifica in 660 milioni l’anno il risparmio in bolletta dovuto all’immissione in rete delle energie pulite a scapito di quelle inquinanti: «Questo risparmio» spiega il responsabile di Aper per l’eolico, Andrea Marchisio, «è maggiore in Sicilia. Essendo meno interconnessa con la rete elettrica nazionale, l’Isola sfrutta al meglio gli impianti eolici e fotovoltaici. In pratica, poiché il Gestore della rete deve dare priorità, nella distribuzione dei flussi, a quelli provenienti dalle rinnovabili, ecco che quando in Sicilia c’è il sole e tira vento, gli impianti inquinanti producono meno». Ma la Sicilia è anche il teatro di un episodio ancora avvolto nel mistero. La vicenda ruota intorno a una lettera. Quella che il Gestore della rete inviò nel 2005 alla Regione, invitandola a non autorizzare più parchi eolici, perché la rete non sarebbe stata in grado di assorbire l’energia prodotta. L’avviso, apparso sul sito del governo, sparì dopo esserci rimasto per qualche giorno. Da allora nuove pale sono state autorizzate, ma il potenziamento della rete tra l’isola e il continente è ancora allo studio.  E, allora, la scure sugli incentivi è davvero quella iattura contro cui si sono scagliate le imprese del settore? A sentire Gianni Silvestrini, direttore del Kyoto Club, la verità sta nel mezzo: «Il vero guaio è stata l’assenza di una programmazione di lungo periodo. In Germania, gli incentivi sono andati diminuendo via via che si raggiungevano gli obiettivi prefissati. Da noi, si è deciso di tagliarli di colpo, per di più con effetti retroattivi, portando sul piede di guerra le imprese del settore, che pure un taglio graduale avrebbero dovuto aspettarselo». Un compromesso potrebbe essere quello indicato dalle Regioni: ridurre gradualmente i fondi, ma senza tagliare quelli già stanziati per il 2011.

Per quanto riguarda il fotovoltaico, il governo ha fissato in un megawatt la potenza massima per un impianto in un terreno agricolo. E previsto che la superficie coinvolta sia dieci volte superiore a quella necessaria all’impianto: una risposta a chi sostiene che il fotovoltaico sta fagocitando l’agricoltura. Osserva poi Silvestrini: «Prendiamo il caso delle vaste aree del Sud incolte o a rischio di abbandono. Il solare, in questi casi, può servire a rilanciare l’agricoltura». Come? «Realizzando impianti di nuova generazione a inseguimento, con fondazioni infisse nel terreno senza uso di calcestruzzo e pali distanziati tanto da consentire la produzione agricola. Aumenterebbe così il valore aggiunto delle coltivazioni, si creerebbe occupazione e si eviterebbe l’abbandono dei suoli».

Resta poi da incoraggiare la diffusione dei pannelli sui tetti. E in questo caso va snellita, ancora e di molto, la burocrazia. Perché, come ebbe a dire un dirigente di Confindustria a una riunione ministeriale, ci vuol poco che occorrano meno permessi per una centrale nucleare che per farsi quattro pannelli in casa.

 

Da Il Venerdì