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Abbiamo cancellato l’urbanità, e siamo diventati cittadini cafoni. Violenti, rumorosi, litigiosi. Pronti a schiacciare un clacson con il semaforo giallo

Eppure l’urbanità è stata considerata dai tempi dell’Illuminismo la chiave per rapporti sereni con il prossimo. Una virtù civile. Scrive Voltaire: «Noi viviamo in società, non c’è altro di squisitamente buono per noi se non ciò che fa il bene della società»

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SCARSO SENSO CIVICO CITTADINI

Quanto tempo riuscite a stare in fila a un semaforo senza ritrovarsi con un maleducato alle vostre spalle che schiaccia il clacson? Frazioni di secondo, attimi del passaggio tra il giallo e il verde, nei quali si scatena l’hybris dell’automobilista cafone. Quante volte vi è capitato che qualcuno vi chieda un’informazione, anche con tono insolente, senza fare precedere la richiesta dalla parolina ‘Grazie’ e senza rispondervi innanzitutto con un ‘Grazie’? Tante volte.

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LA SCOMPARSA DELL’URBANITÀ

Parliamo di città intelligenti, super sostenibili, dove il computer accende e spegne le luci quando passeggiamo, dove circoleranno le auto senza conducente, dove la mobilità sarà affidata alle sofisticazioni della tecnologia. Ma intanto dobbiamo fare i conti con una più casareccia maleducazione di massa che ha cancellato dal vocabolario, e quindi dai nostri stili di vita, una parola chiave per stare insieme, come comunità: l’urbanità.

Quando andiamo nelle scuole, orfane del prezioso insegnamento dell’Educazione civica, proviamo sempre a fare una domanda sull’urbanità, per chiedere agli studenti la loro opinione sul significato di questa parola. Non la conoscono. E se qualcuno ne ha sentito parlare ne confonde il significato con l’altro senso assegnato alla parola, ovvero il rapporto della popolazione residente tra città e campagna.

MALEDUCAZIONE CITTADINI

Eppure l’urbanità è un architrave della convivenza. Senza, è impossibile sfuggire alla violenza urbana, alle quotidiane liti di condominio, a un linguaggio nel traffico che poggia solo e sempre sull’insulto. Gli illuministi, furono loro i primi a codificare  la virtù civile dell’urbanità, avevano ben capito che si tratta di una materia in grado di unire il privato al pubblico «in un commercio di benefici reciproci», come scrive Voltare. Aggiungendo poi: «Noi viviamo in società, non c’è dunque altro di squisitamente buono per noi se non ciò che fa il bene della società. Un solitario sarà pur sobrio, pio, ma finché è solo, non è né un benefattore né un malfattore. Non è nulla per noi».

Senza l’urbanità, in uno spreco esponenziale di tempo, salute, benessere, calore umano, c’è il vuoto tra i cittadini, tra le comunità, e tra i cittadini e le istituzioni. E nel vuoto si soffre, si covano rancori, rabbie, isolamento. Pensateci, prima di mettervi a suonare un clacson davanti a un semaforo appena il giallo sta diventando verde.

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