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Quanta acqua in un caffè e in una bistecca

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Vi siete mai chiesti quanta acqua c’è in un chilo di carne e quanta invece in una tazzina di caffè? Se non ci avete mai pensato, lo ha fatto al vostro posto il gruppo di ricerca WaterInFood del Politecnico di Torino, primo in Italia ad occuparsi dell’impronta idrica dei cibi che ogni giorno portiamo in tavola.

Si tratta, in particolare, di “acqua virtuale”: così la definiscono i docenti Luca Ridofi e Francesco Laio perché “l’acqua di cui parliamo non è presente nell’alimento, ma è stata consumata per produrlo e incide in modo concreto sull’ambiente”. Per tornare quindi ai due alimenti di cui parlavamo prima, mentre l’acqua impiegata durante tutto il ciclo produttivo che ci permette di arrivare a bere un caffè equivale a 140 litri, nel caso del chilo di carne invece i litri aumentano notevolmente fino ad arrivare a circa 15mila. Sono, infatti, soprattutto gli alimenti di origine animale a incidere sull’impronta idrica.

Più dell’80 per cento del consumo idrico mondiale è destinato alla produzione di cibi e l’Italia è uno dei maggiori importatori globali. I grandi produttori di alimenti ed esportatori di acqua virtuale sono Stati Uniti, Australia, Argentina, Brasile, Canada e Indonesia. La Cina poi, a partire dagli anni ottanta, è passata da debole esportatore di acqua nei cibi ad importatore sempre più vorace.

Non solo caffè e bistecche, il consumo di acqua riguarda tutti gli alimenti, dal riso alla pasta passando per frutta e verdura fino ad arrivare ai dolci. Per un gianduiotto, il celebre cioccolatino torinese, ad esempio, i ricercatori del Politecnico hanno calcolato che il contenuto di acqua virtuale è pari a 130 litri. Nel conteggio, come spiega Stefania Tamea, assegnista di ricerca del gruppo torinese “è compresa l’acqua utilizzata per l’irrigazione dei campi, ma anche quella necessaria a diluire gli agenti inquinanti, pesticidi e trattamenti chimici utilizzati in agricoltura”.