Lo Stato sequestra ma non usa i beni della malavita che restano nelle mani dei boss | Non Sprecare
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Lo Stato sequestra ma non usa i beni della malavita che restano nelle mani dei boss

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La Corte dei Conti ha messo il naso da tempo su un buco nero della lotta alla criminalità: la confisca dei beni dei clan. Abbiamo una legge, un’Agenzia ad hoc (Agenzia dei beni confiscati e sequestrati) con sedi a Roma, Milano e in alcune città del Sud, una valanga di sentenze, ma il bilancio è molto magro. Uno spreco di risorse e una beffa, perché si è scoperto che alcuni di questi beni (ville, appartamenti, terreni, capannoni industriali, box per auto) in realtà sono ancora nelle mani dei boss o dei loro familiari. Soltanto all’Agenzia, per esempio, fanno capo 3.500 immobili di varia natura, dei quali oltre 400 sono occupati proprio dai rappresentanti dei clan. Un esempio? Il maniero sul lago d’Orta, con tanto di affreschi e statue, di proprietà della famiglia del boss Pasquale Galasso: vale 4,6 milioni di euro, e incassa ricche fatture per l’organizzazione di ricevimenti e matrimoni. Peccato che i soldi, incredibile ma vero, finiscono poi nelle mani della famiglia Galasso che, nonostante le svariate sentenze e la confisca dell’immobile, ne controlla ancora di fatto la proprietà. Ancora: a Fasano la Corte dei Conti ha chiesto spiegazioni all’ amministrazione comunale che dispone di 26 appartamenti confiscati alla malavita e destinati ad alloggi popolari, ma ancora vuoti. Mentre il comune paga le spese di manutenzione. In tutto, in Italia si contano 11mila immobili confiscati, spesso però inutilizzati e con le associazioni di volontariato che fanno la fila e protestano perché ne chiedono l’uso per finalità sociali.

Il meccanismo non funziona per la solita burocrazia all’italiana. La confisca diventa definitiva soltanto dopo il terzo grado di giudizio, e di solito questi passaggi nelle aule del tribunale si consumano in un arco di tempo non inferiore ai dieci anni. Poi sorgono i problemi di gestione, manutenzione e affidamento, che portano via altro tempo e altri soldi in un vero rompicapo del sequestro anticriminalità. Bisognerebbe fare presto due cose. La prima è una legge a costo zero che dia una corsia preferenziale all’assegnazione dei beni confiscati, magari non aspettando il terzo grado di giudizio ma anticipandola al primo. La seconda cosa, invece è quella di dare risorse e poteri all’Agenzia, consentendole, per esempio, di scavalcare il muro delle ipoteche bancarie (qui basterebbe un accordo con l’Abi) che in diversi casi portano al congelamento dei beni sequestrati. Tra l’altro, ultimo paradosso e spreco, la stessa Agenzia ha una sede romana in un edificio privato dove paga un canone di affitto di 20 mila euro al mese. Non si potrebbe trasferirla in uno dei suoi immobili confiscati ai clan? Si risparmierebbero soldi pubblici e sarebbe un bel segnale nella lotta contro la criminalità.