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La Cina alla ricerca della svolta green

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Pechino è tra le dieci città più inquinate al mondo. L’azzurro del cielo è spesso coperto da uno smalto così sudicio di smog che i cinesi cominciano a correre ai ripari. Da qualche mese tra le vie larghe della capitale si è perso il rumore di marmitte scalcinate: corrono solo motorini e scooter elettrici. E guai a chi sgarrasse. Te li vedi planare addosso ai semafori o sfrecciare silenziosi sui lunghi ring cittadini; e già questo spiazza chi era abituato al tanfo di una volta e ai caroselli di clacson a due ruote.

Nel frattempo il colosso degli elettrodomestici Haier sta facendo pubblicità a tappeto sui maggiori magazine nazionali e lancia la via cinese all’ecolife sostenibile, sulla scia dell’ultimo piano quinquennale varato dal governo, che presta molta attenzione e risorse al verde e all’ambiente. Si calcola che solo nel 2011 le autorità cinesi abbiano investito l’equivalente di 149 miliardi di euro in opere di mitigazione ambientale, building ecologici e campagne di prevenzione.

C’è ovviamente un mucchio di cose da fare, ma in giro per la città i primi segni si vedono. Tra gli immensi cantieri, i grattacieli e le gru che scavano le nuove linee della metropolitana e spazzano via gli ultimi isolati d’antan (le tradizionali casette a sei piani senza ascensore, con i mattoncini in clinker e gli orribili condizionatori che spuntano dalle facciate), stanno riqualificando i vecchi canali, ripavimentando le passeggiate, costruendo ponticelli e panchine in stile liberty, seminando aiuole e piantando milioni di alberi.

Sui grandi cavalcavia che sovrastano i sei ring cittadini – la pianta della metropoli è un immenso quadrato che si sviluppa partendo dal cuore antico della città proibita – si leggono vere e proprie campagne pedagogiche, con scritte cubitali del tipo «un quartiere pulito è un bene per tutta la collettività». Pechino sta diventando sempre più una grande capitale del mondo. Dopo le olimpiadi sta smettendo i tratti della megalopoli da paese emergente, almeno in molti quartieri centrali: ciclo dell’immondizia efficiente, pulizia per terra, piste ciclabili, un parco auto ormai occidentale – nessuna italiana purtroppo, eccetto qualche Ferrari, e migliaia di tedesche, giapponesi e francesi –, parchi valorizzati, doppia segnaletica in cinese e inglese e, tranne che nelle ore di punta, «traffic jam» sostanzialmente gestibile.

Insomma codici globali che piano piano si unificano, mescolati a stranezze tipicamente cinesi, come gli anziani che fanno ginnastica nei parchetti, il bagno nel fiume torbidissimo in pieno centro a Tianjin o che dormono su divani e letti in esposizione alla grande Ikea vicino all’aeroporto Beijing Capital. Sotto i palazzi finanziari e gli uffici delle grandi corporation si vedono infatti tantissimi ragazzi camminare con la loro tazza di cartone Starbucks, esattamente come i coetanei di Londra e New York. Rientrare in ufficio con il pranzo take away, mandare messaggi e chattare con l’iPhone e frequentare in massa l’Oktoberfest organizzato dai tedeschi la prima settimana di ottobre: per quanto cinesizzato, il soft power delle nuove generazioni urbane è comunque occidentale. Anche il dinamismo ricorda quello nostro degli anni ’60, un boom che mescola arricchimento e voglia di fare. Secondo un recente sondaggio il 54 per cento dei nati negli anni ‘80 cambierebbe volentieri lavoro e solo il 12 immagina di tenersi quello attuale fino alla pensione. Ennesimo segno di vitalismo flessibile e di curiosità.

Non mancano i paradossi: mentre la classe media cinese delle professioni emergenti è sempre più a suo agio nelle boutique eleganti delle nostre griffe o in outlet come il Florentia Village di Wuqing, disegnato dalla società fiorentina Hydea Srl, gli occidentali stanno invece tutti in fila al Silk Market, sei piani di negozi pieni di tarocchi «perfettamente falsi»: borse, giacche, camicie, scarpe di tutti i tipi e per tutti i gusti pagabili persino con carta di credito. Perfettamente nello spirito della Cina di oggi: un paese pieno di energia, occasioni e contrasti che spiazzano i tanti, troppi luoghi comuni.

Lo si capisce meglio visitando la facoltà di architettura della Tsinghua University, la più grande di Pechino. La creatività si può assaggiare fin sulla tromba delle scale, usata dagli studenti per provare colori e progetti. E dentro all’immenso campus è la protagonista: opere artistiche nei cortili, ragazzi di ogni paese e molte meno biciclette di pochi anni fa, un altro segno di questa modernizzazione a velocità folle. La professoressa Rong Rao, che dirige l’Eco Planning & Green Building Research Center, è giovanissima, come la squadra di architetti che coordina. Con il suo team ha appena finito di disegnare un progetto «verde» per la città di Tianjin, un nuovo quartiere da 350 mila abitanti a impatto zero. La sensibilità ambientale fermenta dentro gli atenei cinesi e punta a recuperare vecchie cave, cantieri navali in disuso e fabbriche dismesse fondendosi all’esplosione di creatività.

Dopo il primo ciclo di industrializzazione pesante, sembra questa la nuova frontiera, almeno nella capitale e sulle grandi città costiere. Mentre il mercato immobiliare in frenata matura, dopo il far west degli anni passati.