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Gli incentivi al fotovoltaico sono uno spreco?

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Un giornalista come Massimo Mucchetti, sempre documentato quando scrive, parla in modo esplicito del “mostro del fotovoltaico italiano”. E il numero uno dell’industria dei pannelli fotovoltaici made in Italy, Paolo Mutti, parla di un “mostro giuridico con conseguenze tragiche per le imprese italiane”. Sotto accusa, in entrambi i casi, ci sono gli incentivi pubblici, finanziati dalle bollette dei consumatori italiani, che sotto diverse forme spingono da qualche anno il boom delle fonti rinnovabili nel nostro Paese. Con alcune, evidenti, contraddizioni. Il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, ha presentato i conti all’ultimo euro, per giungere alla conclusione che gli incentivi per le fonti rinnovabili, da qui al 2035 (anno di scadenza), assorbiranno tra i 150 e i 200 miliardi della bolletta elettrica: un cifra enorme, che ha portato l’Italia a raggiungere gli obiettivi del trattato di Kyoto con otto anni di anticipo. E una cifra sospetta perché lascia pensare che questa montagna di incentivi, specie in passato, si sia tradotta in un vero albero della cuccagna, a vantaggio spesso di speculatori finanziari e di grandi fondi di investimento stranieri. Quanto alle critiche di Mutti, pronto a portare il “mostro incentivi” in tribunale, la situazione è ancora più paradossale: gli aiuti pubblici vanno nelle tasche dei produttori di pannelli cinesi che intanto hanno conquistato il mercato italiano. Si può uscire da questa trappola evitando il danno, lo stop allo sviluppo delle energie alternative, e la beffa, cioè un ulteriore salasso dei consumatori per contributi fuori controllo? E’ possibile, a tre condizioni. La prima: pur riconoscendo l’importanza strategica e ambientale delle rinnovabili bisogna mettere ordine e pulizia nel meccanismo degli incentivi, bloccando i “furbetti del fotovoltaico” (la definizione è di Mucchetti e la condivido). E magari sostenendo famiglie e condomini che vogliono fare piccoli impianti per auto-produzione. Seconda condizione: è venuto il momento che ci si concentri, in modo efficace e trasparente, sull’efficienza energetica: (quasi) tutti i nostri edifici, pubblici e privati, rappresentano fonti di grandi sprechi di energia, sia d’estate (quando funzionano i condizionatori) sia d’inverno (quando girano a tutta birra gli impianti di riscaldamento). E qui, nella riduzione di questo spreco, si concentra la possibilità di fare sviluppo, investimenti e occupazione. Cioè crescita economica. La terza condizione è che cresca in Italia una sana e solida industria manifatturiera legata alla filiera della energie rinnovabili. Possiamo farlo perché abbiamo competenze, capacità, tecnologia e non pochi capitani d’industria coraggiosi. E dobbiamo farlo anche a difesa del sistema Italia e della nostra vocazione di paese industriale. Mettendo insieme le tre condizioni, sarebbe possibile salvare il fotovoltaico dal rischio di essere un “mostro” in continua e incontrollata crescita e migliorare la nostra sostenibilità energetica: sono scelte, innanzitutto, di politica industriale. E spetta al governo Monti metterle in agenda.