Gladwell: "Talento e costanza, così nasce un fuoriclasse" | Non Sprecare
Questo sito contribuisce all'audience di

Gladwell: “Talento e costanza, così nasce un fuoriclasse”

di Posted on

Quando lo trovera’ lo chiameranno il punto G, come Gladwell Malcolm. Da alcuni anni e tre libri questo giornalista americano, diventato un guru dell’informazione scientifica, cerca l’interruttore nascosto che scatena emozioni (Blink), eventi (Tipping Point), successo (Outliers, l’ultimo libro in uscita in questi giorni da Mondadori con il titolo di Fuoriclasse).
una caccia che gli e’ valsa una fama notevole negli Stati Uniti, dove la sua testa riccioluta e’ diventato l’equivalente divulgativo di quella scapigliata di Einstein. Ha anche generato invidie scontate, che hanno fatto bollare le sue conclusioni come altrettante scoperte di acqua calda e attirato sul terzo libro molte piu’ critiche negative che sui precedenti.

Questo non ferma il percorso di Gladwell, che utilizza il New Yorker come palestra per esercitarsi nella ricerca e continua a scovare piccole teorie rivoluzionarie nella pratica quotidiana nonche’ storie trascurate dalla cronaca. Memorabile il racconto della squadra femminile di basket allenata da un maverick che la rese imbattibile non avendo mai visto prima un incontro e domandandosi: ma perche’ dopo aver segnato tornano sempre indietro dando tempo agli altri di organizzare l’attacco? obbligatorio? un rito? O si puo’ fare altrimenti? Questo e’ esattamente lo sguardo con cui Gladwell osserva il mondo: come un bambino si concede ogni perche’, inclusi quelli che noi non ci domandiamo piu’ pensando che le risposte siano scontate. Errore. Perche’ i Beatles sono diventati un mito? Perche’ Bill Gates e’ straricco? Ovvio: sono geni, infinitamente superiori alla media dei musicisti e dei trafficanti hi-tech.

Fuoriclasse cerca, e trova, una risposta diversa. Ogni successo personale ha innanzitutto una chiave ambientale (bisogna trovarsi al posto giusto nel momento giusto, tipo avere 21 anni in America quando sboccia l’era digitale, gia’ laureati, ma non ancora incasellati professionalmente). Su questa base bisogna costruire, con diecimila ore (o dieci anni) di dura pratica. La teoria di Gladwell e’ che i Beatles non sarebbero mai diventati i Beatles se non li avessero ingaggiati nei locali di Amburgo dove suonavano per ore ogni giorno, imparando, variando, infinitamente migliorando.

E lei, scusi, come e’ diventato un “outlier”, che spiegazione da’ del suo personale successo?
“Francamente non saprei, probabilmente se indagassi troverei le stesse spiegazioni che ho dato del successo altrui. Io seguo un mio percorso, ma mi sono trovato nel posto giusto al momento giusto. Viviamo in un tempo in cui c’e’ una sempre crescente complessita’ ed e’ sempre meno facile attribuire un senso alle cose. La gente e’ ricca di esperienza e povera di teoria. C’e’ bisogno di questo: di avere qualche risposta a questioni che apparentemente non ne hanno. Sul come avere successo si sono scritte vagonate di libri di self help, questo non e’ uno di quelli, e’ un’analisi che cerca di far capire, non di aiutare. Se ha avuto successo e’ anche perche’ e’ uscito nel periodo propizio: l’avevo cominciato prima della crisi economica, e’ uscito proprio nel suo picco. Nei tempi difficili c’e’ maggior interesse per le storie di chi ce l’ha fatta alla grande. Poi anche io come tutti sono migliorato dopo 10mila ore di scrittura, dieci anni di mestiere”.

In questi dieci anni lei ha indagato in ambiti diversi la stessa cosa: dov’e’ il fattore scatenante. Che cosa ha concluso finora?
“Cerco essenzialmente di dimostrare come l’ambiente possa influenzare i comportamenti e le decisioni. Procedo da fuori a dentro, non parto dall’individuo per arrivare al contesto, seguo la rotta contraria. Mi sono convinto di una cosa: il mondo in cui viviamo ci rende quelli che siamo. Bisogna trovare la causa nascosta. Tutti e tre i miei libri sono governati dalla stessa idea: che le spiegazioni ovvie dei fenomeni sociali sono insufficienti, bisogna scavare dentro”.

E scavando dentro al fenomeno del successo lei sembra arrivato alla convinzione che la costanza sia piu’ determinante del talento. cosi’?
“Penso di si’. I modelli che ho studiato mi portano a pensarlo. Il talento conta, certo, ma credo che sia sopravvalutato. Siamo cosi’ presi dall’ammirazione per il talento, dalla sua aura di magia che non osserviamo gli altri fattori determinanti: il carattere, la costanza, l’ambiente culturale. Il vero successo nasce solo in una situazione che lo rende possibile. Per questo, alla fine, dedico grande spazio all’istruzione e penso sia la battaglia chiave di ogni governo illuminato”.

Le sue “regole” ammettono eccezioni: si puo’ avere successo anche contro la logica?
“Si’, la mia non e’ una teoria rigida. Elenco delle costanti, ma non do una spiegazione perfetta”.

Michael Jordan diceva di essere diventato il migliore perche’ aveva sbagliato novemila tiri. Lei dice che Mozart da bambino era un pessimo compositore. Ma chi ascoltava i Beatles ad Amburgo, all’inizio, non doveva avere comunque la sensazione che, ehi, quelli sarebbero stati i Beatles?
“No. Quelli che diventeranno fuoriclasse possono essere mediocri lungo la strada per riuscirci. Se un talent scout ad Amburgo si fosse alzato prima della fine del concerto rinunciando a segnalare quei quattro a una casa discografica non avrebbe sbagliato. Che il talento sia visibile sotto una superficie trasparente e’ un’illusione. Lo vedi alla fine, quando sboccia. Devi aspettare”.

Questa societa’ ha la pazienza per farlo?
“No. Viviamo in un tempo veloce, in un mondo impaziente: risultati subito. Non si sa dare a un atleta il tempo di maturare, ma e’ raro essere campioni a diciannove anni. E questo vale in ogni campo”.

Ovviamente lei considera Obama un outlier…
“Assolutamente: il mix culturale che lo ha formato lo ha reso perfetto per questi tempi”.

E Berlusconi?
“Lo e’ anche lui, in modo diverso. fuori dall’ordinario, mischia caratteristiche di segno opposto, charme e durezza, originalita’ e capacita’ di interpretare la medieta’. E poi e’ un vero self made man, non come Gorge Bush junior che, figlio di un presidente, si presentava dicendo: sono venuto dal nulla”.

Potra’ sembrare curioso chiederlo a uno che ha scritto una “teoria del successo”, ma e’ una cosa cosi’ importante averlo? necessario essere approvati da una societa’ che giudica con questi criteri? E guardando chi ha successo oggi, non esattamente dei Beatles, non e’ legittimo aver voglia di fallire?
“Concordo sul fatto che il successo non sia un punto d’arrivo. Il punto d’arrivo e’ fare qualcosa di significativo. Non e’ avere ricchezza o fama, ma trovare un senso per il proprio operato. Chi ci riesce ha il vero successo. E sono meno di quelli che ottengono soldi o celebrita’”.

Shares