I funghi a rischio estinzione rappresentano una parte ancora poco conosciuta della perdita di biodiversità legata alla crisi climatica. Temperature più alte, periodi di siccità sempre più lunghi, incendi e trasformazione dei boschi stanno modificando gli ambienti freschi e umidi nei quali molte specie riescono a vivere e riprodursi.
Non tutti i funghi reagiscono allo stesso modo. Alcune specie possono modificare il periodo di fruttificazione o adattarsi temporaneamente a nuove condizioni, mentre altre sono strettamente legate a determinati alberi, terreni o habitat e hanno quindi margini molto più ridotti. Secondo il Sistema Informativo Funghi di ISPRA, in Italia sono presenti diverse specie inserite nelle Liste Rosse nazionali e internazionali.
Proteggere questi organismi significa anche non sprecare una componente fondamentale della biodiversità: i funghi partecipano alla decomposizione della materia organica, contribuiscono alla fertilità del terreno e stabiliscono relazioni indispensabili con moltissime piante.
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Cause
La crescita dei funghi dipende da un equilibrio molto delicato tra temperatura, pioggia, umidità del suolo, vegetazione e presenza di sostanza organica. La parte che vediamo nel bosco è soltanto il corpo fruttifero, mentre gran parte dell’organismo vive nel terreno o nel legno sotto forma di micelio.
Quando il terreno rimane asciutto troppo a lungo, le piogge arrivano in ritardo oppure le temperature autunnali restano elevate, cambiano anche i tempi della fruttificazione. Alcune ricerche condotte negli ambienti mediterranei hanno osservato variazioni nella comparsa dei corpi fruttiferi proprio in relazione a siccità estiva e aumento delle temperature.
La crisi climatica, però, raramente agisce da sola. Alla mancanza d’acqua si sommano la perdita degli habitat, la gestione intensiva dei boschi, l’eliminazione degli alberi vecchi, la scomparsa del legno morto, la raccolta eccessiva e l’abbandono di prati e pascoli tradizionali.
Mancanza di posti freschi
Molte specie fungine hanno bisogno di suoli umidi, lettiere fresche e temperature non troppo elevate. Le ondate di calore e la siccità possono prosciugare rapidamente gli strati superficiali del terreno e il materiale organico presente nel sottobosco, riducendo le condizioni favorevoli allo sviluppo del micelio e dei corpi fruttiferi.
Il problema è particolarmente evidente negli ambienti mediterranei e nelle zone montane. Le specie adattate al fresco possono essere spinte verso quote maggiori, ma salendo di altitudine lo spazio disponibile diminuisce. Anche la riduzione della neve e gli inverni più miti possono modificare gli habitat alpini e subalpini.
Fondamentale è poi il rapporto con gli alberi. Molti funghi sono micorrizici, cioè vivono in simbiosi con le radici di querce, faggi, pini, castagni e altre piante. Se caldo, siccità e malattie indeboliscono questi alberi, può soffrirne anche la comunità fungina associata.
Lo stesso vale per i tartufi. Il progetto Save the Truffle, per esempio, nasce proprio dalla necessità di proteggere non soltanto il tartufo, ma l’intero ecosistema nel quale riesce a svilupparsi.
Gli incendi

Gli incendi boschivi costituiscono un’altra minaccia importante, soprattutto quando diventano frequenti, molto estesi o particolarmente intensi. Le fiamme possono distruggere la vegetazione, alterare la struttura del terreno e danneggiare sia il micelio sia gli alberi con i quali molti funghi vivono in simbiosi.
Non tutti gli incendi hanno gli stessi effetti e alcuni ecosistemi mediterranei presentano una naturale capacità di recupero. Ma quando i roghi si ripetono a distanza ravvicinata, il bosco può non avere il tempo necessario per rigenerarsi completamente.
Tra le specie per le quali il fuoco rappresenta una minaccia documentata c’è Alessioporus ichnusanus, raro fungo mediterraneo associato soprattutto ai querceti. Per questo resta fondamentale anche la prevenzione degli incendi boschivi, a partire dai comportamenti individuali.
Altri fattori di rischio per i funghi
Il cambiamento del clima non è l’unico pericolo. Diverse specie dipendono dalla presenza di alberi molto vecchi, grandi tronchi caduti e legno morto. Una gestione forestale troppo intensiva, con l’eliminazione sistematica di questi elementi, può quindi privarle dell’habitat necessario.
L’Hericium erinaceus, per esempio, cresce soprattutto su vecchie querce e faggi e sui grandi tronchi morti. La riduzione delle foreste mature e la rimozione del legno in decomposizione sono tra i fattori che possono renderlo più raro.
Anche i prati seminaturali sono preziosi. Fertilizzanti, deposito di azoto, trasformazione dei pascoli in coltivazioni intensive oppure il loro completo abbandono possono cambiare profondamente questi ambienti e far scomparire le specie più specializzate.
C’è poi il problema della raccolta eccessiva. Prelevare molti esemplari, soprattutto prima che abbiano liberato le spore, può aumentare la pressione sulle popolazioni più piccole. È uno dei rischi che interessano il Pleurotus nebrodensis, specie molto ricercata per il suo valore gastronomico.
Proteggere i boschi italiani significa quindi tutelare anche un patrimonio fungino molto più vasto e complesso di ciò che vediamo durante una passeggiata.
Le specie più a rischio in Italia

Le Liste Rosse permettono di individuare le specie più vulnerabili e le principali minacce alla loro sopravvivenza. Non per tutte la crisi climatica rappresenta il pericolo principale: in molti casi riscaldamento globale, perdita degli habitat, incendi, raccolta e gestione forestale agiscono contemporaneamente.
Pleurotus nebrodensis
Conosciuto in Sicilia come funcia di basiliscu, vive soprattutto sulle Madonie ed è uno dei funghi italiani più delicati dal punto di vista della conservazione. La sua distribuzione estremamente limitata lo rende vulnerabile a ogni cambiamento dell’habitat. A questo si aggiunge la raccolta eccessiva, talvolta effettuata quando gli esemplari sono ancora giovani.
Peziza pseudoammophila
È una specie molto particolare perché vive negli ambienti dunali costieri, dalle prime dune vicine alla battigia fino alle zone retrodunali. Proprio questa specializzazione la rende fragile: erosione, urbanizzazione delle coste, eventi climatici estremi e innalzamento del livello del mare possono ridurre ulteriormente gli habitat disponibili.
Alessioporus ichnusanus
È un fungo mediterraneo raro, presente in Italia in popolazioni frammentate e associato soprattutto a lecci, sughere e cerri. Tra i principali fattori di rischio figurano la degradazione dei querceti, il taglio del bosco e l’aumento della frequenza e dell’intensità degli incendi.
Porpolomopsis calyptriformis
Il suo caratteristico cappello rosa lo rende facilmente riconoscibile. Vive soprattutto nei prati seminaturali poco fertilizzati, habitat che stanno diventando sempre più rari. Negli ambienti alpini e subalpini anche inverni più miti, meno neve e stagioni vegetative più lunghe possono modificarne le condizioni di crescita.
Hericium erinaceus
Chiamato anche criniera di leone per la sua forma inconfondibile, è legato soprattutto a querce e faggi maturi. La perdita degli alberi vetusti e la rimozione dei grandi tronchi morti riducono gli habitat disponibili. Il riscaldamento globale può aggiungere una pressione ulteriore quando aumenta lo stress e la mortalità degli alberi che lo ospitano.
Rubroboletus dupainii
È un boleto raro dai caratteristici colori rossastri, associato principalmente ai boschi di querce dell’Europa centro-meridionale. La trasformazione delle foreste di latifoglie, la gestione intensiva dei boschi e la sostituzione degli habitat naturali con impianti più uniformi rappresentano alcune delle principali minacce.
Accanto a queste specie ne esistono molte altre ancora poco conosciute. Monitorarle è indispensabile per capire dove vivono, quanto sono diffuse e come reagiscono ai cambiamenti climatici e ambientali. Soltanto conoscendo meglio questo patrimonio possiamo proteggerlo e non sprecare una biodiversità fondamentale per la salute dei boschi e dei terreni.
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