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Energia 1 / Quell’eredità di scorie che viene dal passato

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Quattro vecchie centrali da smantellare, circa 77mila metri cubi di scorie da smaltire, quattro strutture per la produzione e lo stoccaggio temporaneo del materiale radioattivo e una bolletta da quasi 300 milioni di euro l’anno. E’ questa l’eredità lasciata dalla breve stagione dell’energia nucleare italiana. I siti che ospitano ancora oggi gli impianti che furono attivi negli anni tra il 1964 e il 1987 sono Trino Vercellese (Vercelli), Caorso (Piacenza), Garigliano (Caserta) e Borgo Sabotino (Latina). A questi va aggiunto Montalto di Castro, progettato per essere la quinta centrale atomica, ma mai "acceso" perché ancora in via di ultimazione al momento dello stop arrivato con il referendum del 1987.

La più vecchia di queste strutture è quella di Trino, entrata in funzione nel 1964 e attualmente in fase di "arresto a freddo" con il combustibile irraggiato posto nella piscina di decadimento all’interno dell’impianto, dove sono stoccati 47 elementi di combustibile irraggiato, oltre ai rifiuti radioattivi. Materiale che è in via di trasferimento in Francia dove sarà riprocessato nella struttura specializzata di Le Hague e poi rispedito in Italia (ci vorranno ancora tra i 5 e i 10 anni) per la loro conservazione in un deposito definitivo.

E’ finito in Francia anche il carburante nucleare che la centrale di Caorso, la più nuova essendo entrata in funzione nel 1978, si preparava a consumare, ma che vista la chiusura della produzione nell’87 non è mai stato utilizzato. In tutto 160 elementi del peso di 190 tonnellate spediti a Le Hague con 16 viaggi in base all’accordo siglato tra Sogin (la società si occupa della messa in sicurezza degli impianti nucleari italiani ancora in funzione e di quelli dismessi) e Areva.

Visto l’utilizzo della tecnologia britannica GCR Magnox, l’accordo per "ripulire" dalle scorie più radioattive la centrale di Borgo Sabotino è stato fatto invece con Londra. Le quasi 1.500 tonnellate risultato dello svuotamento del nocciolo sono in corso di riprocessamento a Sellalfield. Hanno preso la strada di Francia e Inghilterra anche le 322 barre accumulate nella vecchia centrale del Garigliano, operativa dal 1964 al 1978 e mai più entrata in funzione per una serie di guasti tecnici che l’hanno tenuta ferma fino al referendum abrogativo.

Quando tutto questo materiale nel giro di qualche anno rientrerà in Italia, dovrebbe essere sistemato nel deposito nazionale di smantellamento definitivo, posto che venga mai costruito. Le associazioni ambientaliste sono convinte che, viste le quantità ridotte di materiale e l’auspicato stop all’atomo, costruirne uno non avrebbe senso, mentre la situazione potrebbe essere risolta più economicamente utilizzando strutture in via di realizzazione o progettazione all’estero.

L’eredità della stagione nucleare non è fatta però solo di scorie da riprocessare. Secondo quanto riportato nell’Annuario dei dati ambientali di Ispra, in Italia nel 2007 erano stati censiti oltre 27mila metri cubi di rifiuti radioattivi, di cui quasi 8mila nel Lazio e oltre 4mila in Piemonte ed Emilia Romagna. Considerando invece la radioattività, in Italia al 2007 erano presenti oltre 5,5 milioni di GBq (Giga Becquerel), di cui 4,6 solo in Piemonte. Questi rifiuti sono stoccati ancora presso le ex centrali nucleari e presso i centri di ricerca che li hanno prodotti, oltre ad alcuni depositi presenti sul territorio nazionale. Vanno poi aggiunte le scorie che si produrranno con lo smantellamento delle 4 centrali dismesse e di tutti gli impianti della ex filiera nucleare italiana. Si tratta, in quest’ultimo caso, di oltre 50mila metri cubi derivanti dalla produzione delle barre di combustibile come a Bosco Marengo (Al), dal riprocessamento come quello del centro Enea Trisaia di Rotondella (Mt), e dai depositi temporanei costruiti negli anni Sessanta e Settanta come quello di Saluggia (Vc).

Mettere in "sicurezza" tutto questo materiale ha naturalmente un costo che da decenni gli italiani pagano attraverso la bolletta della luce (circa 285 milioni di euro l’anno) alla voce "componenti A2" e "MCT" degli oneri di sistema (sui quali lo Stato incassa inopinatamente anche l’Iva). Un prelievo che incide per circa l’1,2 per cento sul conto finale della spesa familiare per la corrente.

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