L’Italia sommersa dai dehors abusivi

Siamo diventati un Paese di pizzicagnoli, con le città soffocate dai suq del cibo. Tutto all'insegna di una diffusa illegalità.

globalizzazione del cibo
“tavolini selvaggi” , ovvero tavoli e sedie messi all’aperto da bar, ristoranti o locali senza autorizzazione, oppure in modo eccessivo rispetto a quanto concesso dal comune, rappresentano i simboli di un Paese che ha perso energia vitale, e si rifugiato da un lato nelle sicurezze del cibo & dintorni per esprimere la sua fragilità imprenditoriale e culturale, e dall’altro nel continuo sconfinamento molto al di là di ciò che può essere considerato lecito.
Secondo alcune statistiche i dehors abusivi sono tra il 30 e il 50 per cento di quelli che incrociamo lungo le strade e i marciapiedi occupati dai “tavolini selvaggi”. A Roma sono più della metà nel Centro storico, dove già si cammina a fatica per l’invasione dei gruppi di turisti intruppati dietro a carovane di ombrellini. A Milano e Firenze si contano più di una sanzione al giorno per occupazione abusiva di suolo pubblico, ma questo non ferma l’invasione dei “tavolini selvaggi”. Per il semplice motivo che dietro questo fenomeno di malcostume c’è un cambiamento strutturale che riguarda l’economia, la società e gli stili di vita.
Siamo invasi dal cibo. Ovunque. Nelle strade, nelle piazze, nei giardini, nei centri storici. In città come nei borghi, nelle isole come nei centri delle nostre montagne. All’inizio di una scalinata di una chiesa, come nel cuore dei più importanti scavi archeologici del mondo.

Pizzerie, ristorantini, bar, gelaterie, chioschi e baracchini, camion, capanne e una distesa di dehors. Questa nuova microeconomia ha ormai snaturato il paesaggio, non solo urbano, non solo dei centri storici, ma in generale della Bella Italia. Con un ennesimo sfregio e spreco del territorio. Pensate al caso di Roma, uno dei più eclatanti, dove il centro storico è stato ridotto a un gigantesco suq, con la distruzione e la scomparsa di un’intera catena di piccoli artigiani, botteghe, luoghi della storia e dell’identità. O pensate a Pompei, dove lo snaturamento del luogo, di un luogo magico, a vantaggio di una ristretta tribù di piccoli trafficanti in attività pseudo-commerciali, blocca qualsiasi ipotesi di rilancio di questa straordinaria risorsa sprecata, non da una città, da una regione, ma dall’Italia.

Siamo diventati  un Paese di pizzicagnoli, con le città, di qualsiasi dimensione, soffocate dai suq del cibo, dove sfumano l’estetica (luoghi spesso orribili) e l’etica (il rispetto degli altri, e gli abusi dei “tavolini selvaggi”). Il cibo è completamente uscito dalle case e dai luoghi ad esso deputato ed è entrato, come una valanga, nel tessuto urbano, fino a rendere interi territori delle caffetterie a cielo aperto.

Ma chi beneficia di tutto ciò? Non certo i cittadini residenti dei luoghi, la comunità del territorio, spesso e continuamente sottoposta alla pressione incivile di gente che mangia appollaiata su uno sgabello in mezzo alla strada o sua una scalinata di grande pregio artistico, ingoiando pizzette e tramezzini, spaghetti, sushi, kebab e falafel. Di tutto, di più. Non ne trae giovamento l’economia, perché questo circo di pizzicagnoli impoverisce due volte i luoghi. Li svuota di altre attività economiche, come abbiamo detto, e li riempie di turisti low cost, che portano più sporcizia e vandalismo che reali benefici all’economia. Con l’eccezione, ovviamente, dei fortunati pizzicagnoli che magari con una baracca sporca e non a norma, diventano anche ricchi.

L’invasione del cibo, senza alcun freno, senza né regole né verifiche sull’arredo urbano, nell’ombra opaca di una strisciante corruzione per permessi e autorizzazioni, è un colpo al cuore all’Italia, e in qualche modo ne rappresenta nel modo più efficace la decadenza.

(Credits immagine di copertina: Sanga Park / Shutterstock.com)

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