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Così il Mediterraneo rinasce con le oasi azzurre

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Cento macchie blu per proteggere l’azzurro del Mediterraneo. Cento riserve marine contro la minaccia dell’inquinamento e dello sfruttamento selvaggio che rischia di «stingere» il Mare Nostrum.

La proposta arriva da Oceana, l’associazione ambientalista con base a Madrid, e sposa lo spirito della Convenzione sulla diversità biologica firmata da 150 capi di governo al Vertice della Terra di Rio del 1992. Vale a dire, la «magna charta» dedicata a promuovere lo sviluppo sostenibile che aveva stabilito di proteggere almeno il 10% delle regioni marine del mondo entro il 2012. Obiettivo che si è poi rivelato troppo ottimistico, tanto che il termine è stato posposto al 2020.
Come proteggere il mare? Uno dei possibili obiettivi della «rivoluzione blu» è stato individuato nelle riserve marine, strumento che si è rivelato efficace. L’idea dunque sarebbe quella di istituire tanti «polmoni azzurri» dove sono proibite le attività di pesca, estrazione mineraria e scarico; aree più o meno «off limits» per l’uomo che consentirebbero al mare di riprendere salute. C’è un problema, però: «Attualmente, appena un 1% degli oceani del pianeta è protetto e la tendenza globale nella dichiarazione di aree marine protette evidenzia una traiettoria insufficiente e a un ritmo talmente lento che i minimi sarebbero raggiunti soltanto nell’anno 2067», sostiene Oceana.

Ci sono 5.878 riserve marine al mondo, che coprono una superficie «azzurra» di 4,2 milioni di chilometri quadrati, circa l’1,17% di quella complessiva dei mari. Troppo poco, e soprattutto troppo a rilento: l’attacco agli Oceani viaggia molto più veloce. Ecco, allora, che le associazioni ambientaliste sono scese in campo per chiedere uno sforzo maggiore: Greenpeace, ad esempio, ha lanciato una petizione per l’istituzione di una rete di riserve marine che vada a salvaguardare almeno il 40% degli oceani.

E il Mediterraneo? Sì, è un mare piccolo, ha una superficie che è inferiore all’1% della estensione marina globale, ma è vero anche che è un «forziere» della biodiversità, con circa 17 mila specie catalogate (e altre ancora da scoprire). È protetto abbastanza? No, secondo Oceana. Oggi le riserve marine tutelano solo il 4% dei 2.529.496 chilometri quadrati totali, compreso il Santuario dei cetacei istituito tra Liguria, Provenza, Corsica e Toscana. Pochino, considerato anche la concentrazione in costante crescita della popolazione lungo le sue coste. «Questa protezione, inoltre, è focalizzata sulla fascia costiera, ad eccezione del Santuario dei cetacei, e sulla sponda Nord della conca, con una totale assenza di protezione degli spazi d’alto mare e della sponda Sud», spiegano gli ambientalisti. Da qui, la proposta delle cento nuove aree blu, il progetto Oceana MedNet, presentato ai media a Madrid e che ora sarà illustrato a governi e istituzioni. «Coprirebbero un’estensione superiore ai 200 mila chilometri quadrati. Con questa superficie, sommata alle riserve già esistenti, si riuscirebbe a proteggere fino ad un 12% del Mediterraneo», spiega Ricardo Aguilar, direttore ricerche di Oceana Europa.
Cento «macchie», di grandi dimensioni (minimo 200 chilometri quadrati, massimo 15.200), che tengono conto di monti subacquei, banchi, canyon, zone ripide, dorsali, vulcani di fango, emanazioni gassose. Di correnti e vortici.
L’importante, però, è agire. «La distruzione degli oceani avanza più velocemente della ricerca scientifica – dice ancora Aguilar – e se aspettiamo di disporre di dati biologici dettagliati di ogni area specifica per intervenire, sarà troppo tardi. Viceversa, se interveniamo con un approccio precauzionale, si possono proteggere le aree più rilevanti, dato che attualmente si conoscono le caratteristiche geologiche e oceanografiche che generano habitat con maggiore biodiversità o vulnerabilità».