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Censis: non solo tutela dell’ambiente

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L’economia verde e’ uno strumento utile non solo per tutelare l’ambiente e le generazioni future, ma anche un approccio per il rilancio del sistema produttivo e dell’occupazione. E’ quanto e’ emerso da uno studio del Censis., presentato di recente a Roma. “La green economy ? sostiene Baldi, responsabile Territorio e Istituzioni periferiche del Censis – non e’ qualcosa che si aggiunge alla old-economy, cosi’ come negli anni ’80 la nascente industria del disinquinamento stava a monte e a valle di processi produttivi”. L’economia verde “e’ qualcosa che permea trasversalmente tutti i settori di produzione industriale, ma anche i servizi”. Per questo motivo, l’Osservatorio Green Economy della Fondazione Istud e la rappresentanza a Milano della Commissione europea hanno organizzato per mercoledi’ 30 giugno nel capoluogo lombardo, al Centro svizzero di Via Palestro, “Italian Green Day. La crescita dell’economia verde”. Sara’ questa l’occasione, per chi opera e per chi studia queste tematiche, di fare il punto sull’evoluzione delle energie verdi in Italia e all’estero. “Italian Green Day -dichiara a Televideo, l’economista dell’Istud, Maurizio Guandalini- sara’ l’occasione per capire come l’economia dell’Unione europea proseguira’ nel percorso di de carbonizzazione”. L’economista della Fondazione Istud, Guandalini (uno dei maggiori esperti di economia globale) ritiene che l’appuntamento di Milano, l’Italian Green Day, rappresentera’ anche un bilancio sul Terzo Conto energia “che disegnera’ il piano incentivi del fotovoltaico futuro fino al supporto delle societa’ di leasing nel settore delle rinnovabili”. Sara’, dice l’economista, “un’analisi a 360 gradi, dalle sperimentazioni sui colli di bottiglia per diminuire il Co2 nell’aria, con un taglio all’utilizzo della plastica, alle nuove start up, dalle progettazioni del fotovoltaico al recupero dei frigoriferi usati, alla produzione di sistemi gpl e metano”.

I consumi divorano il pianeta
I dati dello “State of World 2010”, il rapporto del Worldwatch Institute sono chiari: i 500 milioni di individui piu’ ricchi del mondo (il 7% della popolazione globale) sono responsabili del 50% delle emissioni di anidride carbonica. Di contro, i tre miliardi piu’ poveri sono responsabili di appena il 6% delle emissioni di Co2. Basti pensare che due cani pastore tedeschi consumano piu’ risorse in un anno di un abitante medio del Bangladesh. Secondo quanto sostiene l’economista Victor Uckmar a Televideo, “dal 2005 al 2007 il non fare dell’Italia e’ costato 14 miliardi di euro, di cui 3 per i ritardi delle rinnovabili”. Eppure per rifornire d’elettricita’ un terzo dell’Italia, secondo quanto dichiara il premio Nobel, Carlo Rubbia, servirebbe un’area equivalente a 15 centrali nucleari da un giga watt. Basterebbe un anello solare grande come il raccordo anulare di Roma. Si potrebbero realizzare impianti del genere nelle nostre regioni meridionali o in Africa per trasportare energia nel nostro Paese. In Germania e’ nato un consorzio di imprese, il Desertec, che investe 400 miliardi di euro per produrre l’energia nel Sahara e distribuirla in Europa, oltre che nella stessa Africa. Ma qual e’ lo stato dell’arte, in Italia, delle cosiddette fonti rinnovabili? Dal 2009 il settore fotovoltaico e’ raddoppiato rispetto all’anno precedente con oltre 1000 megawatt di potenza e 70 mila impianti che producono energia per 1,2 milioni di persone. Ad investire sono aziende e privati. Fino a poco tempo fa ci volevano 10 anni per ripagarsi un impianto fotovoltaico per edilizia residenziale. Ora ne sono sufficienti 8 al Nord e 6 e mezzo al Sud, un gap dovuto essenzialmente alle diverse ore di esposizione al sole. Secondo Asso Energie future la riduzione dei costi della filiera industriale portera’ entro il 2011 a una significativa riduzione dell’investimento necessario (da 4,85 milioni nel ?97 a 3,48 milioni).

Ma l’occupazione la porta il vento
L’Anev, l’Associazione Nazionale Energia del Vento, ha registrato che l”Italia ha la forza di produrre 16.200 mega watt di energia, dal vento, pari al consumo di 25 milioni di persone. Il settore eolico nel 2009 ha creato il maggior numero di posti di lavoro al mondo: da 235 mila occupati a 550 mila. Entro due anni saremo quota un milione. A trainare la crescita e’ stata la Cina con 14 mila nuovi MW installati. A rilento, invece, va un settore di grandi potenzialita’ come quello delle biomasse (energia dagli scarti di attivita’ agricola). Ci sono difficolta’ a reperire finanziamenti, carenza di agevolazioni e di materia prima. Fortunatamente la diffidenza iniziale sulle energie rinnovabili si sta sciogliendo, ma occorre ancora sfatare alcuni luoghi comuni, da quelli che sostengono che i pannelli solari odierni siano troppo grossi (negli Usa si viaggia ormai con pannelli solari sottili ed economici che veicolano molta piu’ energia di quelli precedenti), a quelli che definiscono l’energia eolica inutile. In Spagna, in diversi periodi dell’anno, si riesce a produrre il 40% del fabbisogno energetico. A Firenze si sta, ad esempio sperimentando l’eolico senza pale, un cono di pochi metri, al posto dei giganteschi piloni, che sara’ ancora piu’ efficiente dei sistemi precedenti.

Passi avanti nelle piccole citta’ italiane
Secondo il Rapporto 2010 di Legambiente ci sono 825 comuni in Italia che grazie a una sola fonte energetica rinnovabile producono piu’ energia di quanta ne consumano i residenti. I comuni con impianti a energia solare sono 6.801. Per il solare fotovoltaico e’ in testa alla classifica di diffusione il comune di Craco, in provincia di Matera. Per il solare termico spicca Fie’ allo Sciliar in provincia di Bolzano. I comuni con impianti eolici sono 799, quelli geotermici 181. I comuni che soddisfano al 100% i fabbisogni sia elettrici che termici delle famiglie residenti con fonti interamente rinnovabili sono quindici. Tra i comuni italiani che hanno colto con entusiasmo e rigore la sfida delle energie pulite, il primo in classifica, secondo il Rapporto di Legambiente, e’ Sluderno, in provincia di Bolzano. Sluderno ha installato 960 metri quadrati di pannelli solari termici e 512 Kw di pannelli fotovoltaici sui tetti. Ma esempi di realta’ virtuose non sono piu’ cosi’ rari nel nostro Paese. Cio’ che manca, a livello italiano ed europeo, non sono i picchi d’eccellenza, ma una direttiva forte e definitiva che razionalizzi le iniziative sparse qua e la’ nel nostro territorio, cosi’ come in quelli di altri Paesi della comunita’ europea. I Paesi del mondo industrializzato, ma anche quelli in via di sviluppo, come la Cina, stanno investendo cifre pesanti sul rinnovabile, sull’energia alternativa, sui modi e stili di vita. Anche l’Italia non puo’ piu’ permettersi il lusso di stare a guardare. Dopo il vertice di Copenaghen, ognuno nel proprio settore di pertinenza, puo’ dare un contributo per raddrizzare al meglio lo stato di salute dl pianeta. Per questo sulla Green Economy occorre insistere in futuro accogliendo a pieno lo spirito onnicomprensivo, le diverse declinazioni del verde, senza dimenticare, naturalmente, che il core business e’ e rimane l’energia rinnovabile