La Banca d’Italia ha documentato che se riuscissimo a portare la quota del lavoro femminile al 60 per cento (oggi è al 53,3 per cento), come fissato dagli accordi europei di Lisbona, il pil dell’Italia farebbe un balzo in avanti del 7 per cento. Non avremmo bisogno di nulla per trovare i soldi per fare gli investimenti, rimettere in moto l’economia e ridurre le tasse. Con le donne al lavoro, come nel resto d’Europa, saremmo già fuori dal tunnel. E invece alle donne che fanno figli, consegniamo un magnifico regalo: una lettera di dimissioni dal lavoro.
L’ultima statistica elaborata dall’Inapp (L’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche) ci dice che in Italia 1 donna su 5 lascia il lavoro alla nascita del primo figlio: una proporzione che non si vede in nessun paese dell’Unione europea.
Insomma: nonostante la valanga di promesse, di annunci e di dichiarazioni da anime belle, che arrivano dalle catacombe della politica fuori giri e sempre più distaccata dalla società, alle donne che lavorano, in Italia, non è consentito fare figli. E questo spiega, meglio di qualsiasi indagine sociologica, il motivo per il quale 5,5 milioni di donne italiane (il dato è dell’Istat), tra i 18 e i 49 anni, non diventano madri. Non possono permetterselo.
Quindi, la facilità con la quale le donne, una volta diventate madri, lasciano il lavoro, determina due sprechi che si sommano. Il primo è la diminuzione della ricchezza nazionale, con un patrimonio umano, il lavoro femminile, che non viene valorizzato. Il secondo spreco, invece, riguarda tutto, perché la prospettiva di dover rinunciare al lavoro per fare un figlio, induce molte donne a non impegnarsi in un progetto familiare. Contribuendo così alla gravissima crisi demografica del Paese.
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