Il valore della disobbedienza per migliorarsi - Non sprecare
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La disobbedienza non deve spaventare. Il conflitto è vita. Serve a crescere e a essere leader

Una virtù rara e coraggiosa, come la definiva Bernard Shaw. Con un limite invalicabile: mai affermarla esercitando la violenza

Bernard Shaw la definiva come «la più rara e coraggiosa» delle virtù. Due cose vere, in quanto la disobbedienza è appannata dal conformismo, dalla paura, dall’indifferenza, e dunque per affermarsi richiede coraggio. Ma è preziosa, diciamo meglio: indispensabile, nella crescita di una persona come nella selezione di un gruppo, di una classe dirigente e nella compattezza di una società.

VALORE DISOBBEDIENZA

In casa, i genitori si preoccupano di fronte a un figlio disobbediente. Talvolta ne hanno paura, lo temono. E cercano di agguantare la situazione reagendo con il metodo più classico, dall’urlo al castigo. Cose inutili, sprechi del lessico familiare. Perché non provare a rovesciare il punto di osservazione? Perché non guardare al valore positivo, al fattore C, che sta per crescita, collegato all’esercizio della disobbedienza?

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IMPORTANZA DISOBBEDIENZA

Non si cresce senza conflitto, questo è poco ma sicuro. E non bisogna avere paura del conflitto, ma semmai provare a governarlo, a orientarlo verso uno sbocco costruttivo, positivo.  Un bambino si sentirà più autonomo, più responsabile, e anche più sicuro delle proprie capacità, quando sarà riuscito a sfidare i genitori. E la sfida è la disobbedienza. Motivata, cercata, coltivata. Un percorso con il quale responsabilità e libertà della persona possono andare di pari passo.

Lo stesso meccanismo regola comunità più complesse rispetto a un ristretto nucleo familiare. Qualsiasi leader non potrà mai nascere al di fuori del perimetro del conflitto e quindi dell’esercizio della disobbedienza. Per carità, stiamo assistendo a falangi di capi e capetti partoriti dalle risse televisive, dalla palude del web, dal battutismo da operetta: sono appunto capi e capetti, non leader. Destinati a durare poco ed a contare ancora meno. Esercitano potere e privilegi, ma non lasceranno un segno.

DISOBBEDIENZA CIVILE

Il leader, che si afferma nel fuoco di uno scontro, di una battaglia, con le sue durezze, è guidato in questa ricerca del comando dalla bussola della disobbedienza. Sta proponendo qualcosa di davvero diverso rispetto ad altri, a chi viene prima ed a chi vorrebbe venire dopo al posto suo. È un figlio costretto, se vogliamo stare alla metafora della Sacre Scritture, a uccidere il padre per affermarsi con la sua autonomia. Ovviamente la disobbedienza, in qualsiasi forma la si eserciti nella dimensione pubblica, deve avere un limite forte e chiaro: l’esercizio della violenza. Si può essere disobbedienti fino alla fine, ma senza per questo non rispettare la persona umana e tantomeno la sacralità della vita. Stesso discorso riguarda le leggi. Un antico dilemma pone il seguente quesito: chi non approva una legge, chi considera quella legge ingiusta e perfino pericolosa, deve comunque applicarla? Anche in questo caso scatta un limite alla disobbedienza, ed è l’interesse generale che deve sempre prevalere su quello particolare, di un singolo. Se una legge non ci piace, abbiamo tutti gli strumenti per provare a modificarla, ed è giusto metterli in campo. Ma fin quando è in vigore va rispettata, altrimenti si rischia l’anarchia, una parola che punisce sempre i più deboli senza scalfire mai i più forti. 

DISOBBEDIENZA GANDHI

Uno dei più grandi leader del Novecento, un personaggio che ha segnato la storia dell’umanità, Mahatma Gandhi, è riuscito ad affermare il potere e l’autorevolezza di un leader attraverso l’esercizio quotidiano della non-violenza.  E senza trasgredire, se non sul filo della disobbedienza civile, le leggi che non condivideva nel modo più assoluto.  Un profeta, purtroppo inascoltato, che comunque, anche attraverso il suo martirio (Gandhi è stato vittima di una modernissima violenza ispirata al fanatismo religioso), ci ha lascito una lezione universale su un nuovo modo di combattere. Senza le armi, senza uccidere, senza la violenza. Qualcosa che fino a quel momento non si era mai visto nella storia dell’uomo.

E la disobbedienza, nessuno meglio di Gandhi ha affermato questo concetto, è indispensabile per affermare un diritto, combattere una discriminazione, proteggere una minoranza. Farsi carico di una giusta causa, trascurata per svariati motivi. Anche in questo caso, torniamo ai due aggettivi di Shaw, la disobbedienza appare come una virtù «rara e coraggiosa». Sono le minoranze che muovono le leve di ingiustizie consumate da maggioranze. E quando sono in gioco interessi, privilegi, pratiche consolidate, serve coraggio. Serve avere la forza di declinare la vita con il verbo rifiutare. Con una banalissima ma potentissima parolina: no.

BENEFICI DISOBBEDIENZA

Pensate solo per qualche attiamo a quanta forza, a quanto coraggio, servano per contrastare, sulla propria pelle, il potere della malavita organizzata nelle regioni italiane dove la legge dei clan prevale su quella dello Stato. Dove una minoranza\maggioranza di cittadini trasgrediscono e non riconoscono la seconda, ma sono pronti ad assecondare la prima. Qui davvero il rifiuto, la disobbedienza, hanno il valore unico di un gesto più che rivoluzionario. Dirompente, un inno al cambiamento.

E proprio il cambiamento è un altro punto di osservazione decisivo per mettere a fuoco la forza e la virtù della disobbedienza. Qualsiasi curva della storia, come qualsiasi svolta della nostra vita, maturano all’insegna di un’inversione di marcia, o comunque di un nuovo percorso. E questa strada ha un binario: la disobbedienza. Non avremmo avuto rivoluzioni che hanno modificato il pensiero e la storia dell’uomo (pensate ai valori affermati con la Rivoluzione francese), e non avremmo vissuto epoche di straordinari progressi senza la potenza propulsiva della disobbedienza.

Anche lo scienziato che con la sua scoperta sta modificando lo status quo della conoscenza, al momento in cui si applica, è un disobbediente. Un simbolo? Galileo Galilei che sovvertì l’astrofisica e tutta la conoscenza del cosmo disobbedendo ai professoroni della sua epoca, sfidandoli, e subendo poi la violenza del loro potere. E come lui non c’è stato grande scienziato nella storia umana che non abbia dovuto affrontare il prezzo da pagare, il pegno, per l’esercizio di una vitale e creativa disobbedienza. Tanto più coraggiosa quanto sono più sono forti i custodi delle teorie che si vanno a demolire attraverso l’esercizio del pensiero (disobbediente) umano.

E infine l’artista. Pablo Picasso diceva una cosa semplice ma chiarissima: Tutti copiamo, il genio crea. Ecco, dunque, il crinale nel quale si consuma lo scarto tra l’uomo comune, e convenzionale, e l’uomo destinato a lasciare un segno con la sua opera. È la disobbedienza che porta l’artista, il vero artista, a rompere con una tradizione, a mettere in discussione i canoni estetici di una scuola, ad affermare nuovi linguaggi e nuove contaminazioni tra i linguaggi. Ed è a quel punto che il respiro dell’arte diventa profondo, lungo: il segno che qualcosa di profondamente innovativo è ormai all’orizzonte. E dopo il gesto disobbediente dell’artista, come quello dello scienziato, dell’uomo politico, del figlio rispetto al padre, una cosa è certa: nulla sarà come prima.

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