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Una vita senza: le nuove virtu’

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Luca Goldoni

Volevo aggiornare una mia recente incursione nella civiltà del «senza» (senza zucchero, senza piombo, senza grassi e tutti gli eccetera di cui parlerò fra breve). Avevo aperto Google, cercavo «senza sale» e, appena avevo battuto la «s», era apparsa una sventagliata di «senza slip»: in tv, a scuola, in società, al mercato. (Provare per credere).

Confortato da Giuliano Ferrara che ha sdoganato gli slip di chiffon sulla prima del «Foglio», m’ero incuriosito e mi si era schiuso un universo di giovanissime e stagionate che avvertono ineffabili emozioni nell’uscire di casa sotto il vestito niente. Sono entrata in calzoleria, confessa una certa Mariangela, e tutti i commessi volevano provarmi stivali, sandali e persino pantofole.

Analisi e testimonianze sul fenomeno sono corredate di foto in cui attrici, vallette e senatrici si producono in accavallamenti di gambe secondo la scuola di Sharon Stone in Basic instinct. (Non si tratta ovviamente di foto rubate, perché chi siede davanti a una telecamera sa perfettamente cosa l’aspetta). Svetta nel settore politico una ministra con ampi orizzonti oltre il confine delle autoreggenti, mentre fra le attrici la più gettonata da fotografi e cameraman è una sedicente opinionista che illustra le sue analisi con un sapiente gioco di vedi non vedi e in un breve video si accoccola, si flette, si raggomitola.

Mi sono incuriosito, dicevo, ma non al punto di ingrandire le immagini o di ricorrere alla lente. Il mio pensiero è andato a Marilyn che dormiva con tre gocce di Chanel n. 5, ma di giorno s’infilava i jeans con sotto niente e la sua presenza veniva avvertita a qualche metro di distanza. Per carità di patria concedo al fenomeno una vaga attenuante culturale: l’antenato dello strip nel burlesque esportato in America alla fine dell’Ottocento. E chiudo tornando al tema principale, ovvero agli spot promozionali del «senza».

Visto che è di scena l’industria dell’auto, noto che l’offerta di nuovi modelli è una gragnuola di «senza»: senza anticipi, senza interessi, senza rate, senza rottamazione. Possiamo dormire sonni tranquilli. Però, anche in questo caso, con una variante: per anni abbiamo riposato sui materassi con le molle. Oggi ci spiegano che il sonno più salutare si ottiene senza molle, possibilmente senza cuscino, domani forse senza letto. E se ci viene la febbre, utilizziamo termometri senza mercurio.

Insomma stiamo abbandonando l’età del «più», del «super», dell’«extra» e ripiegando nell’èra del «senza» e del «meno». «Senza», insomma, è bello e soprattutto politicamente corretto. Avversari politici si scambiano come uppercut i rispettivi «senza se e senza ma». E c’è un’opposizione senza un unico leader e un sosia di Berlusconi senza videomessaggi e il sogno di un parlamento senza Scilipoti.

Capostipiti storici della rivoluzione alimentare che esaltava la sottrazione al posto dell’addizione furono il caffè decaffeinato e il latte scremato. Poi il verbo si è rapidamente diffuso in una galassia di caramelle senza zucchero, formaggi senza additivi, cioccolata senza calorie, tè senza teina, acqua minerale senza sodio, persino il sale senza sale. Dal «doppio brodo» e dalla «colazione più», insomma, siamo approdati ai sughi senza ossidanti, alle torte senza pectina, ai cracker senza colesterolo, alla frutta senza fertilizzanti. Generalizzando, si può parlare del passaggio graduale dalla bulimia del consumismo alla quasi anoressia dell’igiene, dell’ecologia e dell’estetica.

La lotta all’inquinamento parte dalle pompe di benzina, dove la super viene spodestata dalla senza (piombo). Ma alla campagna in difesa dell’ambiente si aggiungono pure aspirazioni etiche: le attività «no profit» (senza profitto) che comprendono una galassia di enti di beneficenza, volontariato, promozione sociale, ricerca scientifica. Il senza si estende poi anche alla famiglia. Nelle coppie senza figli i casi sono tre: o c’è un pauroso calo di libido o il timore di procreare pargoli senza futuro oppure un calcolo: prima le Maldive, prima le otto ore di sonno filate, poi (si vedrà) la culla. Sul «di tutto, di più» cala come una nemesi il «di meno, di niente».


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Per decenni ci siamo ingozzati come tacchini e oggi, esaltati da questa crociata salutista e puritana, aneliamo a una nuova vita senza calorie, a diete senza fame, ginnastica senza fatica e possibilmente marmitte senza ossido di carbonio. La speranza è per autostrade senza lavori in corso, fiumi senza alluvioni, fabbriche senza ciminiere, discoteche senza decibel, tabacco senza cancro. E, in ultima istanza, una vita senza morte, amen. Ovvio che questa rassegna non si può chiudere senza un omaggio a uno dei «senza» più leggendari: il telegrafo di Marconi.