Grazie al lavoro degli inquirenti si è scoperto un vero mercato del caporalato dei rider: questi venivano reclutati soprattutto nei centri d’accoglienza da società di intermediazione di manodopera. Poi venivano pagati a cottimo con soli 3 euro all’ora e, se non stavano alle regole, venivano puniti con mance e compensi decurtati. Centinaia di rider si erano costituiti parte civile durante il processo e si erano ritirati dopo aver ottenuto risarcimenti da Uber Italy pari a mezzo milione di euro, 5mila a testa. Inoltre, già nel 2021 era stato condannato a tre anni e otto mesi Giuseppe Moltini, uno dei responsabili della società intermediaria per la somministrazione della manodopera. Inoltre, la gup Teresa De Pascale aveva convertito il sequestro effettuato da 500mila euro in un risarcimento pari a 10mila euro a testa per 44 fattorini (dunque un totale di 440mila euro). Danilo Donnini, socio della società di intermediazione Flash Road City, aveva patteggiato due anni, e Leonardo Moltini tre anni.
E qui veniamo al secondo aspetto di questo patteggiamento. Il modo con il quale l’attività di consegna di questi poveri rider è organizzata e retribuita, dimostrano, se ancora ce ne fosse bisogno, che queste società sono insostenibili. Per un motivo fondamentale: quello che loro offrono non è lavoro. Semmai si tratta di “lavoretti”, mal pagati, senza alcuna copertura né sanitaria né previdenziale né assicurativa, e senza lo straccio di una delle mille conquiste fatte dai lavoratori in tutto il mondo dopo secoli di battaglie civili. Un indecente passo indietro, nell’era del non lavoro, della sua perdita di senso, di significato, di identità e dunque di valore, anche economico. Lavoro azzerato e affari miliardari per chi lo sfrutta, in questo caso sotto il segno del popolarissimo cibo.
Se andiamo a vedere da vicino i tre protagonisti del nuovo settore della gig economy (letteralmente “economia dei lavoretti”), forse celebrata con eccessiva indulgenza, scopriamo una somma di furbizie, di sprechi e anche di macroscopiche ingiustizie. I grandi player del settore sono colossi internazionali (nulla a che vedere con il made in Italy, ovvero il cibo per eccellenza): si chiamano Deliveroo, Foodora, JustEat, e ovviamente nel club non poteva mancare il numero uno della gig economy, Uber, con l’etichetta gastronomica di Uber EATS. Come fanno i signori del cibo a domicilio a guadagnare una montagna di quattrini? Tecnologia, innovazione, idee giuste e perfino geniali rispetto alle potenzialità del mercato: nulla da obiettare. Se non fosse per il fatto che a questi pre-requisiti per un buon affare, si deve aggiungere l’ingrediente essenziale: il lavoro senza valore. Non riconosciuto come tale, e quindi sprecato e deprezzato fino alla soglia possibile, dopo la quale c’è solo lo schiavismo puro e semplice.
Infine, una parola sul terzo incomodo nel regno del cibo a domicilio: il consumatore. Anche qui, largo al politeismo alimentare, e ognuno decide liberamente come, dove e che cosa mangiare: quindi nulla da obiettare. Ma siamo sicuri che a forza di ordinare, a casa e in ufficio, verdure grigliate o spiedini con spezie indiane consegnate dai postini del food delivery, non perdiamo, e sprechiamo, qualcosa di essenziale del cibo? Per esempio, il piacere di condividerlo con un’allegra compagnia fuori di casa, o di prepararlo nel modo più semplice, più genuino, e più salutare che conosciamo. Con le nostre mani, e senza sprecare nulla.
Fonte immagine di copertina: Ansa
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