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Salvare il mare crea lavoro

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Pensare in blu per un’economia che punti sulla natura, anziché sulla finanza. Creare posti di lavoro partendo dal mare. Una bella sfida in piena tempesta perfetta (il fatidico double dip, il doppio tuffo nella recessione, è dietro l’angolo). A portare questa ventata di ottimismo è il belga Gunter Pauli, esperto di economia sostenibile e ideatore della "blu economy", l’imprenditoria che crede nelle tecnologie ispirate dalla natura. In Blue Economy (Edizioni Ambiente), illustra un progetto dettagliato per creare, in dieci anni e con la biomimesi, cento milioni di posti di lavoro. Numeri colossali, e Pauli lo sa. Tanto che, per scongiurare il rischio di essere definito un visionario, racconta cento iniziative imprenditoriali, realizzate e realizzabili. Spiega come coltivare i funghi dai fondi di caffè, come inventare un cellulare che usi l’energia del calore del corpo e delle vibrazioni della voce, o come servirsi dei batteri per separare i metalli puri dalla materia grezza. Cento modi di replicare quello che normalmente succede in natura, per trasformare senza inquinare e poi ricreare un equilibrio perfetto, senza rifiuti né disoccupati. Anche nel nostro paese la filosofia della "blu economy" attrae, e i giovani "blu" crescono. Laurea in tasca, spesso in Scienza dell’Ambiente o in Biologia, a prima vista potrebbero sembrare romantici idealisti, invece sono giovani d’azione, innovatori, scienziati e al tempo stesso piccoli imprenditori che cercano nell’ambiente nuovi valori da accostare al solito profitto. Lo fanno partendo da un orizzone vicino ma osservato con occhi nuovi. C’è chi ha puntato sul kayak, un guscio quasi materno per un viaggio diverso nell’ambiente, chi su un tipo di siluro tecnologico per rilevare dati dal fondale marino, chi ha deciso di allevare colonie di batteri o ricci per rendere più pulito il mare.

ASCOLTANDO CON IL SONAR Sergio Fai, 31 anni laurea in Scienze e Tecnologie per l’Ambiente, impiegato nell’area marina protetta di Porto Cesareo, Salento, ogni mattina esce in mare armato di una specie di siluro di un metro, trainato da una barca. "Si chiama Side Scan Sonar, manda impulsi sonori e serve per mappare con precisione il fondo marino", spiega. "Con questo arnese riusciamo a capire se sotto la nostra barca c’è sabbia, posidonia o soltanto rifiuti. Il sonar pruduce un sonogramma, cioè una fotografia georeferenziata, collocata nello spazio, simile a un ecocardiogramma. Spetta a noi interpretarlo". Che cuore ha il fondale di Porto Cesareo? "Pulsante, dinamico, delicato. Soffre per la pressione antropica. Durante le nostre perlustrazioni troviamo tanti oggetti lasciati dall’uomo, segnali del passaggio distratto di chi ancora non sa che l’area marina è un valore da tutelare, un sistema delicato che rigenera opportunità e vita. Con il nostro scanner riusciamo a osservare quanto sta succedendo nelle praterie di posidonia oceanica (pianta acquatica che protegge dall’erosione ed è l’habitat per organismi animali e vegetali, ndr), un vero tesoro per l’ambiente. È la responsabile delle banquette, i materassi formati dagli accumuli di foglie che attutiscono gli effetti devastanti delle mareggiate sulla costa. Oggi queste piccole dighe naturali non vengono più rimosse. Sono un esempio di modello "blu" da sviluppare". Guardiano dell’ambiente: è una professione che rende? "La mia scelta è dettata dalla passione, non dai guadagni. Sono dipendente dell’Amp (Area marina protetta) e guadagno circa mille euro al mese, ma sono anche sicuro di fare qualcosa di utile. Ho una filosofia: fai per lavoro ciò che ti piace e non lavorerai un giorno nella vita".

 

LO SCIENZIATO IN KAYAK Un po’ filosofo è anche Luca Tixi, ligure, 25 anni, laurea in Scienze Ambientali Marine, cresciuto con il kayak, una passione nata prestissimo come gioco, diventata uno sport e adesso un lavoro. Luca ha voluto credere che unire sport, ambiente, scienza e natura fosse possibile: "Prima ancora di nuotare ero già sul kayak: ne avevo uno parcheggiato in giardino, sull’erba. Quel modo di stare al mondo ha condizionato di certo le mie scelte successive". Che percorso hai seguito? "Una settimana dopo la laurea ho aperto con un amico Kayaktramp, un’associazione che si occupa di turismo e ambiente nell’Area Marina Protetta di Portofino: potevo così restare a vivere a Recco. Ho pensato di sviluppare in quell’area incontaminata trasporti innovativi, sostenibili, al servizio sia del turismo sia della ricerca. Occuparmi del Promontorio di Portofino per me era una missione, un assillo fin dai tempi del liceo. Il turismo sostenibile non brucia tutto per poi fuggire a caccia di un altro posto da sfruttare. Arrivare alla meta solo con la tua forza fisica è una conquista, un’esperienza che ti fa vivere i luoghi in modo diverso. È una questione di tempi e ritmi, entri in empatia con la natura, la tua onda deve essere la sua. Ascoltando i suoi tempi, osservando i paesaggi, i suoni, gli odori, generi equilibrio". Il tuo kayak è solo uno strumento per il turismo? "No, quella è una delle possibili applicazioni di un ottimo mezzo di trasporto: perché in kayak si può anche monitorare lo stato di salute del mare. È una postazione insolita, un veicolo che non disturba l’habitat, che si muove velocemente e arriva senza difficoltà anche nelle zone di frangenza delle onde, dove si formano alghe particolari, indici dello stato di salute della zona. Faccio abitualmente i rilevamenti per l’Università di Genova, prelievi utili per capire come sta il nostro mare". Ti senti più una guida o uno scienziato? "Un insieme dei due. Faccio la guida scientifica, sono uno studioso che punta sull’aspetto emotivo della conoscenza. Godere dell’ambiente lavorando facilita la sintonia, stanno meglio anche le persone che accompagno. Siamo tutti delle spugne, me ne accorgo ogni giorno. Quando sono nervoso, anche i turisti sono inquieti". Cosa provano i tuoi clienti dopo una visita? "Sono soddisfatti, come me. Molti sono liguri, e mi raccontano di aver visitato quelle rive altre volte, ma così le scoprono in modo del tutto inedito, cambia la prospettiva, tutto diventa più spettacolare. Le perlustrazioni notturne per conoscere il cielo e le stelle, dal punto più buio dell’area marina, nel silenzio, sentendo solo il rumore della pagaia, restano a lungo nel cuore. I risultati dei primi 5 mesi di attività sono stati migliori delle aspettative. Adesso devo trovare nuovi modelli per i mesi più freddi, magari sulla terra, ma sempre restando nei paraggi".

ULISSE CHE ADDESTRA I BATTERI Per Mirko Magagnini, 31 anni, di Recanati, laurea in Biologia Marina all’Università delle Marche, l’andamento delle stagioni è poco influente. Lui segue soprattutto progetti Ue sulla salute del mare: "Dal 2003 lavoro per EcoTechSistems, società nata come spin off dell’Università delle Marche, di cui oggi sono anche socio. Ci stiamo specializzando nelle aree marine a elevato impatto antropico, quelle vicine alle raffinerie petrolifere, o alle zone offshore dove si estraggono idrocarburi. Usciamo spesso in mare e facciamo campionature. Da un anno seguiamo Ulixes, un progetto dell’Ue, con 11 partner europei e nordafricani". Qual è l’obiettivo di Ulixes? "Trovare ceppi microbici capaci di ridurre l’inquinamento marino per poi isolarli, coltivarli e reimmetterli nel mare, che ne trarrebbe un grande beneficio". Si definirebbe una specie di "addestratore" di batteri? "Con il mio gruppo sto cercando di identificare il ceppo adatto a disinquinare siti marini usando batteri autoctoni, cioè già presenti nei sedimenti: la differenza è che l’azione di ripulitura che questi potrebbero avere è basata sulle potenzialità già previste in natura, e non indotte con procedimenti chimici o termochimici, poco ecocompatibili. Ci sono batteri di tutti i tipi, alcuni si cibano di greggio e lo metabolizzano. Il nostro compito è scoprirli, dar loro un nome, identificare i più adatti per una specifica funzione, e quindi allevarli. Tempi previsti, tre anni. Sì, sono un tipo paziente". Fare imprenditoria "blu" conviene? "Volevo mettermi in gioco e rischiare per qualcosa che mi appassioni: certezze sul futuro poche, impegno tantissimo, ritorni economici ipotetici ma si spera in crescita. Riutilizzare la natura per riparare i danni dell’uomo è una sfida, un ritorno alle origini".

IL SOGNO DELL’UOMO-RICCIO Enrico Cantamessa, 27 anni, laureato in Scienze Ambientali Marine, per gli amici l’uomo-riccio, si è occupato di allevamento a Camogli, nel laboratorio dell’Istituto di Biofisica del Cnr: "Abbiamo appena concluso il progetto Enrich, con Mariachiara Chiantore dell’Università di Genova. I ricci sono molto utili in fatto di acquacoltura, e hanno caratteristiche curiose: si accoppiano senza toccarsi, in folti gruppi, contemporaneamente. In otto anni di vita hanno milioni di piccoli. Abbiamo sperimentato Enrich a Lavagna, in mare, nell’allevamento. I circa 400 ricci si sono rivelati ottimi spazzini". Dopo Enrich, la prossima meta? "Enrich mima un sistema ecologico seguendo un modello marino con i ricci, per far diventare l’acquacoltura naturalmente più efficiente. Ora stiamo aspettando di partire con Renisap, che prevede anche pesci e alghe, così da provare a ricostruire un ecosistema a 360. Un progetto lento, ambizioso, quasi un miracolo. Come la natura".