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Prezzi del cibo, l’ora del limite per chi specula

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Emanuela Citterio

 

Esiste la fame dovuta a scarsità di cibo e la fame artificiale, frutto della speculazione finanziaria sui beni alimentari. Secondo Olivier De Schutter, relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto al cibo, è giunto il momento di porre qualche rimedio alla seconda. Il momento è propizio: oggi e domani si riuniscono a Parigi i ministri dell’Agricoltura del G20, e quest’anno il summit ha messo la sicurezza alimentare in cima all’agenda, annunciando che affronterà il problema della volatilità dei prezzi dei prodotti agricoli. «Questo G20 rappresenta un’occasione unica per introdurre regole che frenino la speculazione sfrenata sul cibo alla quale abbiamo assistito negli ultimi mesi», afferma De Schutter. «Se le principali economie del Pianeta trovassero un accordo, sarebbe un primo passo davvero importante».

Secondo i dati dell’Agricultural Outlook, presentato dalla Fao e dall’Ocse il 17 giungo a Parigi, nel prossimo decennio 2011-2020 i mercati dovranno fare i conti con un aumento medio del 20% del prezzo dei cereali e del 30% di quello della carne. A preoccupare la Fao, negli ultimi dieci mesi, è stata soprattutto la volatilità dei prezzi dei beni alimentari, fatta di improvvise impennate: da giugno 2010 il prezzo globale dei cereali è raddoppiato, registrando un balzo del 71% nel mese di aprile. Era già successo nel biennio 2007-2008: i prezzi di alcuni cereali lievitarono del doppio e in qualche caso addirittura quadruplicarono. Poi, in meno di sessanta giorni, tornarono ai valori iniziali. Secondo ormai diversi studi in queste improvvise variazioni gioca un ruolo importante, anche se non unico, la speculazione finanziaria legata alla compravendita di titoli derivati legati ai beni alimentari e le scommesse sui futures, ovvero quei contratti che fissano oggi il prezzo con cui un operatore si impegna ad acquistare domani un certo bene, per esempio il grano.

«Questi strumenti hanno una funzione utile finché permettono ai produttori e ai commercianti di proteggersi dai rischi e di sapere su quale prezzo base effettuare gli scambi – spiega De Schutter –, ma da una decina d’anni i mercati finanziari hanno cominciato a vivere di una vita propria, mettendo in secondo piano il mercato reale». La compravendita di titoli derivati legati ai beni alimentari in alcuni casi si traduce in una specie di gioco d’azzardo. «Quando gli operatori privati o istituzionali vedono che un gran numero di contratti futures sono scambiati, e che altri attori finanziari stanno scommettendo sugli aumenti dei prezzi, tendono al panico – dice il responsabile Onu – così ritardano le vendite, stoccano il cibo, perché credono di essere di fronte a una scarsità. Se tutti i venditori trattengono i loro stocks e tutti i compratori cercano di crearsene, si crea una scarsità artificiale: c’è abbastanza cibo, ma ce n’è troppo poco sui mercati finanziari che compratori interessati possono acquistare. Il risultato è che i prezzi impennano, e questo può essere completamente slegato dal fatto che ci sia o meno disponibilità di cibo: può essere solo il risultato della speculazione finanziaria, ma tutto questo influenza di fatto le reazioni dei commercianti e dei governi sui mercati fisici.

Dopo alcuni mesi la legge della domanda e dell’offerta legata alla disponibilità reale dei prodotti riprende il sopravvento, la bolla esplode, il panico finisce. Ma nel frattempo i Paesi poveri, soprattutto quelli che dipendono per la propria sicurezza alimentare dall’importazione di cibo, sono andati incontro a enormi problemi e molte famiglie sono entrate nel circolo vizioso della povertà perché non sono più riuscite a soddisfare i propri bisogni alimentari». La Banca Mondiale stima che dal giugno del 2010 a maggio di quest’anno 44 milioni di persone nel mondo siano caduti nella povertà come conseguenza dell’aumento dei prezzi del cibo.

Quali allora le possibili soluzioni? «È necessario che i mercati finanziari funzionino in modo più trasparente e che rispettino alcune regole – afferma De Schutter –. Si potrebbero per esempio introdurre dei "limiti di posizione" nei confronti degli operatori, in modo che non possano detenere un numero illimitato di titoli derivati e sconvolgere con il loro peso puramente finanziario i mercati. Dopo un periodo di deregolamentazione, gli Stati Uniti hanno tentato di introdurre delle regole, con la Wall Street Reform del 2010 e con il Consumer Protection Act, ma una forte lobbying del settore finanziario e della maggioranza repubblicana nel Congresso sta ora rendendo difficile attuarle. L’Unione europea sta tentando, tardi, di fare qualche progresso. Sarà molto importante se il G20 troverà un accordo su questo punto: non si dovrebbe lasciare che i mercati causino distruzione, ed è responsabilità dei governi esercitare un’appropriata supervisione».