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Housing first: la casa prima di tutto. Per dare una seconda possibilità ai senzatetto, partendo proprio da una fissa dimora

Senza una casa non si può vivere: ecco il principio base di questo approccio innovativo alla marginalità sociale. Dai risultati straordinari: minori costi per la collettività, inclusione sociale, lavoro e la possibilità di un'altra vita. Un bel passo avanti rispetto al pregiudizio e a interventi poco efficaci. In Italia è ovunque, dalla Sicilia al Trentino passando per l'Emilia Romagna

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HOUSING FIRST

Bisogna avere una casa per andare in giro per il mondo. E, per estensione, occorre avere un punto di partenza per poter sognare, raggiungere i propri obiettivi, rialzarsi, riprendere in mano la propria vita. In inglese lo chiamano “housing first”, la casa prima di tutto, ed è un approccio innovativo ed etico al problema dei senza fissa dimora.
In quest’ottica la casa non diventa un traguardo, bensì un primo passo per riappropriarsi di una socialità piena e allontanarsi da una vita al limite, marginale e sofferente. La casa è il luogo da cui partire per darsi un’altra possibilità, stare lontani da alcol, droghe, dipendenze e vite ‘sprecate’ per ricominciare daccapo. Da un posto sicuro, che si possa chiamare casa.

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MODELLO HOUSING FIRST

Sembrerebbe un approccio di buon senso, niente di particolarmente ‘rivoluzionario’, eppure il concetto di housing first è un’innovazione del sostegno e dell’aiuto alle persone senza fissa dimora: si tratta di considerare il diritto alla casa come diritto umano di base e dunque aiutare uomini e donne in condizioni di grave marginalità sociale affidandogli direttamente la cura e la gestione di piccoli appartamenti.

L’inserimento abitativo, in questo senso,  rappresenta il punto di partenza dei percorsi di integrazione sociale, affiancandosi e combinandosi ad interventi di aiuto alla persona: ciò rappresenta un punto di rottura nella routine degli homeless, un cambiamento e uno stimolo delle capacità di autogestione e autodeterminazione del proprio percorso di vita.  Tutto questo permette di sconfiggere la percezione, legata al pregiudizio, della persona senza dimora come incapace di reagire ed autodeterminarsi, cittadini di serie B, privi di qualsiasi diritto.  Elemento centrale dell’Housing First è dunque l’immediato inserimento abitativo, ma non si esaurisce con l’attribuzione di un alloggio: ad esso si intreccia un’attività incessante di accompagnamento e supporto  verso nuove condizioni di autonomia personale e il reinserimento nel tessuto relazionale e sociale.

Housing first è diametralmente opposto all’approccio cosiddetto ‘a gradini’, tipicamente nord-americano e statunitense, il quale prevede l’adesione a un percorso di cambiamento del proprio stile di vita fatto di tappe e scalini da raggiungere uno dopo l’altro (dalla strada, ai dormitori collettivi, alle case famiglia) per arrivare, infine, alla possibilità di vivere in un’abitazione propria. Questo approccio affonda le sue radici in una concezione delle politiche sociali e di contrasto alla povertà che vede la persona come unica e fondamentale fautrice del proprio destino e della propria eventuale condizione di povertà ed esclusione sociale. Chi vive ai margini deve così dimostrare di essere responsabile e di meritare una nuova opportunità di vita indipendente. In questa scalata verso la casa alcuni gradini possono sembrare troppo alti o la salita troppo ripida, e per questo i fallimenti possono essere percepiti come enormi e scoraggianti. Le persone più fragili, con una disabilità psichica, una storia di abusi alle spalle, di tossicodipendenza o altre problematiche, rischiano di scivolare di nuovo al primo gradino, escluse nuovamente anche dal percorso che dovrebbe portarli ad una rinascita.

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housing first

HOUSING FIRST ITALIA

Nato negli USA all’inizio degli anni ’90, il modello Housing First  affonda le sue radici nel programma Pathways to Housing studiato e creato dal dottor Sam Tsemberis, docente del Dipartimento di Psichiatria della University of Medicine di New York. Ha subito fatto registrare risultati straordinari, al punto da poter essere un modello esportabile di soluzione e gestione del problema dei senza fissa dimora. 
I risultati della prima esperienza di Housing First sono più che incoraggianti: l’80% delle persone inserite nel programma mantiene l’appartamento a distanza di due anni e anche i costi sociali dell’operazione sono ottimizzati grazie alla riduzione dell’uso di dormitori, di servizi di pronto soccorso e psichiatrici, così come delle cure mediche ed ospedaliere e delle strutture detentive, nonché di tutto l’apparato del welfare.

L’Europa ha recepito questo modello, permettendo la realizzazione e la diffusione capillare di esperienze di Housing First, anche grazie al Progetto  Housing First Europe avviato il 1 agosto 2011  e finanziato dalla Commissione Europea. Proprio grazie a questi finanziamenti anche in Italia è stato possibile creare simili progetti, che sono ormai diffusi su tutto il territorio della penisola, come il progetto pilota Tetti Colorati, nel territorio di Ragusa, creato in collaborazione con la diocesi del ragusano, o Casa Rahab, ad Agrigento. Si tratta di una struttura di housing sociale gestita dalla Caritas e composta da sette mini appartamenti, ciascuno per due persone, situati nel centro storico della città e destinati a italiani o stranieri che versano in situazioni di marginalità sociale, affittati a prezzi calmierati.

Ultima esperienza in ordine di tempo nasce in Emilia Romagna, sulla scia di quella bolognese di “Tutti a Casa”, ed è quella messa in piedi dalla cooperativa Solco nel territorio di Ravenna, nel 2016, poi estesa nel 2018 al territorio di Faenza e comuni limitrofi: grazie a un’equipe dedicata di 4 persone si è riusciti a coinvolgere nel progetto oltre 40 persone, quasi tutte di cittadinanza italiana e per lo più uomini di età compresa tra i 50 e i 59 anni.  Quasi tutti hanno mantenuto una stabilità abitativa, trovato lavoro e stanno vivendo una seconda vita. Perchè, come si diceva, serve una casa per vivere.

STORIE DI SECONDE OPPORTUNITÀ: