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L’uomo? Non vive soltanto di lavoro

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di Ettore Gotti Tedeschi

Si osserva che la crisi in corso è affrontata in ogni parte del mondo secondo le risorse e i vantaggi disponibili. Non essendoci, però, né tempo né voglia di affrontare le cause vere, si affrontano solo gli effetti.
Un primo effetto si chiama lavoro. Data la sua importanza prendiamo questa occasione per fare riflessioni e domandarci quale è stato e quale invece dovrebbe essere il senso del lavoro per l’uomo. E in specifico ci riferiamo al lavoro ben protetto, e perciò costoso, nel nostro sistema occidentale.

 

 Eppure, mentre ciò succedeva, il nostro mondo appariva compiaciuto della crescita dei consumi e del Pil, quando invece i più consapevoli avrebbero dovuto immaginare che se la popolazione non cresce, il Pil cresce solo grazie ai consumi individuali, ma è insufficiente ad assorbire la crescita dei costi fissi e sono pertanto necessarie nuove tasse (infatti il peso delle tasse sul Pil, in Italia, è raddoppiato negli ultimi 30 anni). Ma più grave è che, per farlo consumare a tutti i costi, abbiamo ridotto l’uomo a cercare soprattutto la soddisfazione materiale. E questo è contro l’uomo stesso. Ed è persino antisolidaristico.

Vorrei ricordare che le leggi di mercato, coerenti con le leggi economiche naturali, sono per definizione solidaristiche. Perché ci sia domanda è necessario che ci sia lavoro e reddito, risparmio e investimento. È il disprezzo per l’economia naturale, e perciò per le leggi di mercato, che origina distorsioni creando consumi artificiali forzati a debito. Creando potere d’acquisto grazie a costi sempre più bassi che provocano rapida delocalizzazione e nuovi modelli competitivi. Questi creano (perlomeno sul breve periodo) impossibilità competitiva del lavoro nei paesi cosiddetti occidentali.
Che andrebbe fatto ora per correggere questi errori? È possibile riaffermare che negando, nichilisticamente, le leggi naturali non si fa economia per l’uomo? Certo, ma come si può ormai evitare l’"evoluzionismo" nel lavoro umano dove ci si trova obbligati ad adattarsi alla competizione (simile a un’era glaciale…) o scomparire? Una soluzione sta nel cambiare il concetto di benessere e rifiutare quello solo materiale, solo misurabile. Sono misurabili la bellezza, la bontà, la virtù? È necessario un coraggioso impegno rieducativo. Un’altra altrettanto coraggiosa soluzione sta nel saper proporre ancora una volta di rispondere alla domanda se nasca prima l’uovo o la gallina. Nel nostro senso economico si traduce nella domanda se nasca prima il benessere economico, considerato necessario per formare famiglia e figli, o nascano prima famiglia e figli che provocano il benessere economico. Qui è necessario un riesame (che affiderei a Giulio Sapelli) delle dottrine malthusiane, keynesiane e thurowiane.

Voltaire diceva che il lavoro più intenso possibile è il mezzo migliore per evitare all’uomo di pensare. Infatti il pericolo per chi non ama l’uomo è proprio che questo pensi. L’uomo è sì stato creato perché lavorasse, ma prima perché pensasse. Al fine di dare senso al proprio lavoro e non odiarlo. Per non prestarsi all’"evoluzionismo" del lavoro è necessario capirne il suo significato. Si deve soddisfare l’uomo integralmente non solo materialmente, lasciandogli la gioia di vivere. E, conseguentemente, meritocrazia nel lavoro è anzitutto voler apprendere, conoscere, pensare e dopo agire. Così l’uomo diventa "impagabile", come valore per la società. E, conseguentemente, anche per la sua carriera. Anche questi insegnamenti sono contenuti nell’enciclica di Benedetto XVI, Caritas in Veritate.

 

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La prima contraddizione che rileviamo è che nel recente passato, nel mondo occidentale, l’uomo è stato valorizzato soprattutto quale mezzo di consumo e oggi deve subire un processo «evoluzionistico» come mezzo di produzione. La seconda contraddizione sta nel considerare meritocratico il riuscire a sopravvivere sapendo affrontare detto processo.
Ma perché e come si è creata questa esigenza «evoluzionistica»? La risposta è perché è nato un conflitto tra le tre dimensioni economiche dell’uomo: quella che produce reddito lavorando, quella che consuma, quella che risparmia e investe. Ciò è avvenuto nel mondo occidentale negli ultimi decenni, quando, per sostenere la crescita economica necessaria senza più aumento della popolazione, si iniziò a puntare solo sulla crescita dei consumi pro capite. Per produrre crescita dei consumi era necessario far crescere il potere di acquisto. Per farlo si cercarono costi sempre più bassi delocalizzando le produzioni.
Ma la delocalizzazione ha creato una rivoluzione nei cosiddetti «vantaggi di costo», molti dei quali, soprattutto quelli di costo del lavoro, vennero trasferiti (in Asia o India per esempio), insieme anche all’occupazione.

C osì si riuscì a dividere il mondo tra paesi consumatori e sempre meno produttori (per gli alti costi) e paesi produttori (per i bassi costi) e non ancora consumatori. Crollata nei paesi "consumatori" l’illusoria crescita economica a debito insostenibile, si è scoperto il conflitto fra le tre dimensioni economiche dell’uomo. I bassi prezzi e costi avevano per anni soddisfatto artificialmente solo una dimensione dell’uomo economico, quella del consumatore. Ma avevano indebolito quella dell’uomo produttore (ad alti costi comparati). La delocalizzazione accelerata, senza una strategia sostitutiva in Occidente, ha cambiato le regole del gioco.