Questo sito contribuisce all'audience di

La storia di Ghisolfi, boss dell’industria dei biocarburanti. A colpi di ricerca e investimenti….

di Posted on
Condivisioni

Normal
0
14

false
false
false

MicrosoftInternetExplorer4

st1:*{behavior:url(#ieooui) }

/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:”Tabella normale”;
mso-tstyle-rowband-size:0;
mso-tstyle-colband-size:0;
mso-style-noshow:yes;
mso-style-parent:””;
mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;
mso-para-margin:0cm;
mso-para-margin-bottom:.0001pt;
mso-pagination:widow-orphan;
font-size:10.0pt;
font-family:”Times New Roman”;
mso-ansi-language:#0400;
mso-fareast-language:#0400;
mso-bidi-language:#0400;}

Un biocarburante in grado di ridurre le emissioni di anidride carbonica, la dipendenza dal petrolio senza rubare spazio alle colture classiche necessarie a sfamarci. Questo "Graal verde" potrebbe nascere da una tecnologia italiana, da vendere in tutto il mondo. Il progetto ambizioso è alla base dell’alleanza tra la Mossi & Ghisolfi, la società privata più grande nella chimica italiana, e il fondo americano Tpg. La joint venture si chiama Beta Renewables, nasce con una dotazione di 250 milioni di euro e venderà nel mondo la tecnologia Proesa, la più avanzata nei biocarburanti di seconda generazione, cioè quelli che utilizzano biomassa non alimentare.
«Siamo in vantaggio di circa due anni sulla concorrenza spiega Giuseppe Fano, direttore corporate di M&G l’idea iniziale era di aspettare che il primo impianto produttivo di Crescentino (Vercelli) entrasse in funzione, ma l’interesse a livello internazionale è alto, specie dove i biocarburanti hanno già un mercato e regime incentivato (Brasile, Nord America), così abbiamo stretto l’alleanza con Tpg, un colosso della gestione di capitali, con 50 miliardi amministrati in diversi fondi, tra cui uno specializzato nel venture capital biotech. Loro ci aiuteranno a sviluppare i contatti sui mercati internazionali». I primi contatti sono già stati avviati e, come spesso accade, anche la Cina affamata di tecnologia ed energia è uno dei mercati target.
La sfida è enorme: nel mondo vengono prodotti circa 100 milioni di tonnellate di biocarburanti (biodiesel e bioetanolo), i paesi leader sono Stati Uniti e Brasile, con circa la metà della produzione, ma la materia prima utilizzata è la canna da zucchero, così come negli Usa si processa il mais per ottenere il bioetanolo da mischiare ai comuni carburanti di origine petrolifera. Portare la produzione a 200 milioni di tonnellate ed avere così effetti tangibili sulle emissioni di CO2 farebbe impennare il costo del cibo, specie nei paesi poveri o in via di sviluppo, oppure aumenterebbe la deforestazione per fare spazio a nuove colture. Un "paradosso" che ha prima bloccato la forte incentivazione a queste tecnologie e aumentato la diffidenza degli ambientalisti.
La promessa della tecnologia Proesa è di poter utilizzare biomassa non alimentare: gli scarti delle coltivazioni di mais, ma soprattutto vegetazione che nasce in terreni marginali: nell’impianto piemontese viene utilizzata principalmente la Arundo Donax, ovvero la comune canna dei fossi che cresce nelle nostre campagne.
La sfida è enorme: l’Europa nel 2020 si è data come obiettivo che il 10% dei carburanti sia da fonte rinnovabile, ma al momento non andiamo oltre il 2,5%. L’Italia è in ritardo, quel 10% sul mercato attuale significa arrivare a 1,5 milioni di tonnellate di bioetanolo, secondo le stime fatte da M&G con le associazioni dei coltivatori basterebbe una minima percentuale delle biomasse prodotte dai milioni di ettari abbandonati in questi anni perché non redditizi per le colture nazionali. Certo serve una direzione centrale: «Al governo non chiediamo sussidi e incentivi, ma un piano nazionale per i biocarburanti e i carburanti tradizionali spiega Guido Ghisolfi ad della Jv e dell’intero gruppo i sussidi devono esserci, ma per la ricerca, che se fosse incentivata potrebbe decollare». Anche perché secondo le stime della società già ora la produzione è più conveniente della raffinazione del petrolio con un prezzo del barile superiore ai 70 dollari.
Per sviluppare il biocarburante di seconda generazione M&G ha speso 120 milioni di euro per la ricerca (15 finanziati dalla regione Piemonte), altri 140 è costato il primo impianto industriale fatto a Crescentino: un progetto pensato in nome della sostenibilità. La capacità della bioraffineria è stata fissata a 40 mila tonnellate di bioetanolo l’anno, una taglia che permette di raccogliere la biomassa necessaria nel raggio di 50 Km. Inoltre tutto ciò che nella biomassa non viene trasformato in etanolo produce altre forme di energia: fermentazione per ottenere il metano e infine lo "scheletro", ovvero la lignite che viene bruciata per produrre elettricità. Il risultato è che a Crescentino si produce più energia di quella necessaria alla raffineria per produrre il carburante. Con 1015 impianti da 100 mila tonnellate di produzione sparsi per l’Italia si potrebbe veramente sostituire il 10% dei carburanti, ridurre le emissioniserra e tagliare in maniera netta le importazioni di greggio.
Ma M&G è un’azienda chimica arrivata ad oltre 2 miliardi di dollari di fatturato grazie alla leadership mondiale di produzione di Pet, la plastica delle bottiglie e degli imballaggi. La ricerca sul biocarburante è solo un passaggio verso un obiettivo più ambizioso: trovare un’alternativa al petrolio per le materie plastiche. Una chimica totalmente verde che oltre a far rinascere un settore decisivo dell’industria nazionale alleggerirebbe la nostra bolletta energetica e la nostra impronta sull’ambiente.