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Giornata della Terra, i soldi del petrolio e del gas, investiamoli nelle rinnovabili

Le royalties che lo Stato incassa per le estrazioni potrebbero andare a incentivare il fotovoltaico. Come in Norvegia. Meno sprechi di energia in scuole e ospedali: un piano per risparmiare 750 milioni di euro l’anno.

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INVESTIMENTI SU ENERGIE RINNOVABILI IN ITALIA –

In un periodo nel quale le buone notizie, non le bufale, scarseggiano, fa piacere sapere che l’Italia ha conquistato il primato mondiale, 8 per cento del totale del mix energetico, nel fotovoltaico. Dal basso, senza che ci fosse una vera politica industriale, abbiamo fatto la nostra silenziosa rivoluzione energetica: nel 2007, neanche dieci anni fa, l’84 per cento dei rifornimenti arrivavano da combustibili fossili, oggi il 43 per cento dell’energia consumata in Italia proviene da fonti rinnovabili. Ovvero idroelettrico, fotovoltaico, eolico e geotermico. Una cifra importante, se pensiamo che vale il doppio rispetto alle quota della Germania e tre volte la fetta francese.

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GLI INVESTIMENTI SULLE RINNOVABILI –

Dunque, a questa Giornata della Terra 2016 ci presentiamo con le carte in regola, e una volta tanto non siamo gli ultimi della classe, ma semmai i primi. Che cosa ci aspetta per il futuro? Diciamo subito che un mondo, e un Paese, senza il petrolio nel breve e medio termine, è una pura immaginazione. Lontanissima dalla realtà, che ha visto nel 2014 investimenti record nel mondo per le estrazioni petrolifere, per un totale di 750 miliardi di dollari. E noi petrolio e gas li importiamo, a caro prezzo, per quasi il 90 per cento. Ciò non significa che dobbiamo fermarci nella corsa alle rinnovabili e all’efficienza energetica, e vedremo se Matteo Renzi manterrà la promessa di portare al 50 per cento la quota di energia da queste fonti.

PERCHÉ L’ITALIA PUÒ DIVENTARE UNA NAZIONE GREEN –

Piuttosto con il realismo che ispira la politica come arte del possibile, è venuto il momento di ricalibrare gli obiettivi, alzando il target delle nostre ambizioni ambientaliste per diventare davvero una nazione green. Abbiamo tutte le possibilità per farlo, ad alcune condizioni. La prima: il primato nel fotovoltaico lo abbiamo pagato e continueremo a pagarlo, con le nostre bollette, a caro prezzo, 6 miliardi di euro l’anno. Soldi ben spesi, direte. Vero fino a un certo punto: senza i generosissimi incentivi la rivoluzione non ci sarebbe stata, questo è evidente, ma gli errori, fino a una certo Far west del fotovoltaico, sono stati di favorire troppe speculazioni di fondi finanziari, con impianti di grandi dimensioni comprati e rivenduti come se fossero delle commodities, e di non costruire, attorno a questa riconversione energetica, una vera filiera del solare. Così ci ritroviamo sommersi da pannelli cinesi, di bassa qualità, e tedeschi, di alto rendimento. In futuro, detrazioni e incentivi dovranno sempre più orientarsi a piccoli impianti, familiari e condominiali. Sapendo che il prezzo dei pannelli è crollato (meno 61 per cento dal 2009), il rendimento si è alzato, e oggi la spesa di un piccolo impianto da 3kW costa circa 7mila euro e si ammortizza in otto anni. Qui c’è un pezzo del nostro futuro. La seconda condizione è propria della politica industriale, e riguarda le ricche royalties che lo Stato incassa dalle estrazioni petrolifere, talvolta troppo favorevoli per le aziende del settore. In ogni caso stiamo parlando di 2 miliardi di euro pagati tra il 2008 e il 2015: soldi che andrebbero tutti destinati agli investimenti nelle rinnovabili, alleggerendo allo stesso tempo le bollette dei consumatori. Il modello è quello della Norvegia, il paese più green d’Europa: qui la politica a favore delle rinnovabili e dell’ambiente non è pagata dai cittadini, per decenni come nel caso del nostro Conto Energia, ma dallo Stato attraverso i ricavi delle estrazioni di petrolio e gas, con le piattaforme, pari a 800 miliardi di dollari. E non possiamo esaurire le opportunità delle rinnovabili con il fotovoltaico: c’è molto spazio in Italia, per esempio, per la crescita dell’energia da biomasse, ovvero da scarti della produzione agricola. Già oggi una caldaia su cinque funziona con questa tecnologia, senza inquinare.

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EFFICIENZA ENERGETICA IN ITALIA –

Infine, da un governo che vuole davvero cambiare l’Italia ci aspettiamo un piano nazionale per l’efficienza energetica negli edifici pubblici (scuole, ospedali, università), dei quali, secondo il Cresme, ben 12mila, hanno bisogno di «una profonda rigenerazione energetica». Gli investimenti, con un’azione di stampo keynesiano, sarebbero nell’ordine dei 22 miliardi di euro, con una forte e positiva ricaduta per il settore dell’edilizia e con risparmi, a regime, di 750 milioni di euro l’anno nella bolletta energetica. Stesso discorso per gli impianti di illuminazione pubblica, per i quali torniamo nel girone dei cattivi: i comuni, a corto di soldi per gli asili e i servizi sul territorio, pagano una bolletta di luce pari a 1 miliardo e 800 milioni di euro l’anno, con un consumo pro capite di illuminazione da lampioni pari al doppio della Germania e della Gran Bretagna. Più risparmi e meno sprechi si traducono in più investimenti, più ricerca e più lavoro: due equazioni delle quali l’Italia ha bisogno come il pane.

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